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lunedì 7 aprile 2014

Altri racconti di altri: La preda perfetta di Mario Pacchiarotti

Emilio era già eccitato. Gli accadeva ogni volta. Già l’idea di quello che stava per fare lo galvanizzava. Sorrise tra sé, scoprendo i denti ingialliti mentre guidava a bassa velocità su una stradina secondaria, tra i boschi. Una zona isolata e non troppo frequentata dove si poteva trovare compagnia.
Pensò che si sarebbe divertito, sempre che fosse riuscito a trovare la donna giusta.
I suoi gusti erano precisi, doveva essere alta e formosa, ma soprattutto era importante che fosse bionda. Per fortuna erano caratteristiche comuni tra le prostitute.
Non si vedeva anima viva. Le sue scorribande avevano spinto gran parte delle donne di strada verso luoghi meno appartati. Nell’ultimo anno ne aveva già ammazzate quattro. Forse sto esagerando, pensò, ma il dubbio non durò che un attimo. I giornali lo chiamavano “predatore seriale”. Sogghignò, gli piaceva. Ma dove diavolo erano finite tutte? Possibile che non ce ne fosse neanche una in quella zona, un po’ più imprudente delle altre?
Proprio allora la vide, in fondo al rettilineo, appoggiata a un albero. Già da lontano decise che era perfetta. Alta, capelli chiarissimi, calze nere alla parigina, una giacchina nera che copriva appena il seno prosperoso e lasciava intravedere gli slip. Perfetta, pensò, con questa forse ci riesco. Era un suo cruccio, da anni riusciva a fare sesso con una donna solo dopo averla ammazzata, ma ci sperava sempre.
Parcheggiò e scese, la trattativa fu breve. Si infilarono dietro un grosso cespuglio a una ventina di metri dalla strada. La strinse a sé, e così, in piedi, cominciò a spogliarla. Questa è la volta buona, pensò, sento che con questa ce la faccio. Fu il suo ultimo pensiero prima di piombare a terra, paralizzato e senza sensi.
Xaziulik lo osservò soddisfatto, con quella cattura il carico era completo. Che fantastica tecnica di caccia! Il nuovo androide esca funzionava a meraviglia; gli era costato, ma non c’era di meglio per attirare le prede. Paralizzarli e caricarli a bordo era stato un gioco da ragazzi. Più tardi, sulla nave, fece un calcolo mentale: solo dalla vendita dei testicoli agli chef di Vega-3 sarebbe rientrato delle spese, e poi c’era il resto, ed era tutto guadagno.

Sì, decise, sarebbe tornato più spesso.
di Mario Pacchiarotti

martedì 4 febbraio 2014

Altri racconti di altri: Pianeta Tibet di Serena Zonca.

Pianeta Tibet

Kalden Gyatsho marciava. Ogni tanto riusciva ancora a sollevarsi. A prendere fiato. E a lanciare lo sguardo oltre una china. Ma sempre più spesso la fatica lo schiacciava. Dolorosamente. Al suolo. Seguiva le impronte da giorni. E ancora non riusciva ad avvistare. La sagoma scura del cingolato. Le pause erano sempre più frequenti. Il panico della staticità nel riposo. Le grandi montagne lo irridevano. Con i lievi cappucci di nubi. Trascinandosi, soffocava. Accelerò. La bocca spalancata. Per raccogliere sulla lingua. Un soffio di velocità.

Il missile comparve a una svolta del sentiero, due giorni dopo la morte di Kalden, e non era affatto rassicurante. La gente del villaggio si spostava al suo passaggio, recitando mantra agli dei-montagna. Un inizio di sassaiola fu silenziosamente bloccato dal vecchio Chung Riwoche, preoccupato che l’ordigno potesse esplodere. 
“Il momento è arrivato dunque”, pensarono all’unisono i settantadue abitanti del villaggio. Guardavano perplessi i solchi dei cingoli sulla mulattiera e ricordavano i giorni dell’inizio dell’esperimento, dopo i tragici eventi della rivoluzione cinese, nell’anno ferro-scimmia. Da allora nessuno aveva più turbato l’aria tersa e vibrante della valle nascosta. I primi sintomi di levitazione spontanea e di comunicazione senza parole non erano riusciti a scalfire anime che secoli di buddismo tantrico avevano abituato a ben altri miracoli. Il fenomeno si affermò con tale delicatezza, e procurò tanti vantaggi alla popolazione di Rinchen Po, isolata e priva di qualsiasi aiuto esterno, che fu presto catalogato come qualcosa di piacevolmente inevitabile e immediatamente accettato.

Forse, dopo, i fondi si erano esauriti, persi nei meandri dei palazzi di Pechino. Forse i progettisti erano morti portandosi nella tomba le formule dell’unico prototipo anti-G funzionante. O magari l’inaccessibilità della zona scelta per l’esperimento aveva annientato gli stessi ricercatori, sfiancandoli con i suoi deserti senza monsone, l’aria rarefatta che cuoce i polmoni e le temperature inverosimili del suo inverno.
Ma i cinque generatori antigravitazionali piantati attorno alla valle nascosta avevano continuato a funzionare, incustoditi e abbandonati all’autonomia infinita delle loro pile atomiche.
Fino al giorno in cui gli uomini al governo, risvegliati da un’improvvisa ondata turistica, avevano temuto che il segreto gelosamente ignorato per quasi trent'anni finisse in mani nemiche. Tutti avevano sottoscritto senza esitare, come unica soluzione, la cancellazione del progetto e la terminazione di quanto vi fosse collegato.

I preparativi furono lunghi e laboriosi. Per giorni e giorni la presenza incombente della testata, ancorata alle guglie innevate sopra i 5000 metri rischiò quasi di paralizzare la vita di Rinchen Po. Poche furono le uscite con le mandrie di yak dalle esili zampe. Quasi nessuno si levava sopra i tetti a meditare. In privato, però, si officiavano sacrifici, bruciando incenso che agitava nell’aria file di nuove bandiere di preghiera. E Tashi Ombar, dio della grandine, cavaliere rosso dal triplice occhio, ascoltò le suppliche del suo popolo e allontanò il pericolo dell’immobilità, più temibile della morte, dalle loro vite.
I due graduati si guardarono perplessi sulla soglia della tenda militare. L’attendente indicava ancora, con il dito puntato e una mano alla visiera, l'enorme sigaro incastonato nella torretta di lancio che fluttuava sopra le loro teste, alla deriva. L’influenza silenziosa dei generatori aveva lentamente sottratto peso alla sua materia letale. Poche centinaia di metri e il vento gli fece prendere una direzione decisa, schiantandolo, con un boato che squassò il cuore stesso del mondo, contro uno spuntone di roccia, proprio sopra l’accampamento cinese. Della tenda e della scorta al cingolato, che aveva ucciso la sentinella Kalden lungo il sentiero, non rimasero che pochi brandelli ondeggianti sull’altopiano.

di Serena Zonca





lunedì 3 febbraio 2014

Altri racconti di altri: La pagina bianca di Aurelio Bonazza

La pagina bianca

Una pagina bianca è tutt'altro che liscia. Questa considerazione mi rapisce, come mille altre, e mi distrae definitivamente dal proseguire a scrivere il racconto che da un mese giace nelle bozze. Fisso la superficie del foglio da diverse angolazioni e impercettibili ombre disegnano minuscoli rilievi, microscopici crepacci, che si rovesciano in una fittissima foresta di cunicoli di cellulosa: portano nelle viscere della pagina, dove l’inchiostro scorre e forma laghi neri ad ogni punto, ad ogni virgola. Il racconto che sto scrivendo si è interrotto quando il mio personaggio, inseguendo il suo cane, si perde in un grosso mercato del pesce. Perso il suo cane. Perso lui. Perso anch'io, da così tanto tempo fermo in quel mercato, che comincio a puzzare come un’aringa. Mi guardo intorno e non un solo rumore mi arriva alle orecchie. Solo l’odore di mare e il luccichio di scaglie fresche ragionano coi miei apparati sensoriali. Dietro una montagna di cozze faccio in tempo a veder scomparire il mio personaggio, alla disperata ricerca del suo cane. Le campane di Sant'Agata fanno notare a tutti che tra poco è l’ora di pranzo ed io, già che sono lì, mi compro mezzo chilo di vongole e cinque grossi gamberoni da fare alla griglia. Col mio pranzo prossimo venturo sotto braccio, mi inoltro nella boscaglia ittica convinto di riuscire a ritrovare le fila del mio racconto. Lo inseguo su questo foglio da giorni interi ed il mio pennino non lo afferra, non riesce a definirlo e a dargli il carattere necessario per essere vivo. In lontananza montagne di carta immacolata mi fanno sentire un insignificante granchio al cospetto dell’Oceano. Dietro il banco delle seppie, l’inchiostro cola lento sull'asfalto e scivola in una specie di tombino. Proprio lì davanti scodinzola il cane scomparso. Faccio un passo nella sua direzione, ma lesto il cucciolo si infila nel cunicolo assieme all'inchiostro, guaendo. Non posso perderlo così e sparisco dietro di lui nel buio. Sono nelle viscere della pagina, dove scorre l’inchiostro che dà vita alla storia, sono rimasto prigioniero del mio personaggio, che si è rivelato più furbo di me. Lui ha trovato l’uscita e mi ha lasciato al suo posto. Inseguo un cane al mercato del pesce ed è l’ora di pranzo. Per sempre.

di Aurelio Bonazza 

Twitter: @Aure1970 
lachimicadellelettere.wordpress.com


venerdì 2 agosto 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #11 di Paolo Marcotti

#11 (litania)
I pendolari del regionale costituiscono, in natura, una comunità. Quasi una famiglia allargata, ma il pendolare non ammetterà mai la definizione di famiglia, perché il pendolarismo ha un’etica e un’etichetta, non si fa abbindolare dalle smancerie, né si concede al sentimentale.
I pendolari, certo, hanno un lavoro, una famiglia, degli amici, degli hobby. Ma si tratta pur sempre di dimensioni influenzate dal pendolarismo, che, si potrebbe dire, dà una forma e un perimetro peculiari all’anima del pendolare.
Comunque sono tutti operai, anche se lavorano in banca. Perché viaggiano in regionale. Il regionale promuove tutti di diritto in classe operaia. Dai regionali è perfino scomparsa la prima classe. Questo rassicura e garantisce il pendolare: la dignità e l’uguaglianza sono raggiunte, scolpite, non discutibili.  
Il parente, l’amico, il vicino, il conoscente guardano al pendolare del regionale con rispetto, quasi con timore reverenziale, non per benevolenza o ammirazione verso le fatiche del viaggio, ma perché percepiscono che si tratta di una forma di lotta. Compagno pendolare.
Il pendolare ad alta velocità viene invece guardato con sospetto dall’estraneo al pendolarismo. Anche se è un fattorino precario, non la racconta giusta, c’è qualcosa che non va, un distacco. Il pendolare regionale invece non guarda al pendolare ad alta velocità. Sarebbe un guardare senza vedere, senza capire, un libro aperto in mano ma non sai leggere.
Per il parente-amico-vicino-conoscente il pendolare regionale è un maitre a penser. Il pendolarismo gli conferisce un’autorità e un’autorevolezza morale e intellettuale che naturalmente il pendolare non ha e sa di non avere. Ma è pienamente conscio del suo ruolo sociale e lo ricopre al minimo con abnegazione, e se può con creatività. È un invisibile collante.
Il pendolare regionale in alcune situazioni può apparire superbo. Ma si tratta, in realtà, di innocente e inconsapevole eccesso di competenza. Quando il viaggiatore occasionale si accomoda, il pendolare disapprova. Non per superiorità, ma perché sa che dalla stazione X in poi, su quel sedile batterà fastidiosamente il sole. O perché interrompe l’equilibrato e delicato schema di incroci delle gambe, che i pendolari, senza darlo a vedere, sanno gestire con approccio scientifico.
Il viaggiatore occasionale è spesso fonte di preoccupazione per il pendolare. Il viaggiatore occasionale si agita per un’infinità di motivi: perché è troppo caldo o troppo freddo, perché non riesce a sistemare le sue cose, perché non trova una posizione comoda, perché non ha obliterato, perché non trova il controllore a cui deve assolutamente chiedere informazioni, perché fa continue telefonate a voce troppo alta, per lamentarsi del ritardo e del fatto che niente funziona. Il pendolare naturalmente non nega l’esistenza di queste problematiche, che conosce fin troppo bene. Il pendolare si preoccupa per il viaggiatore occasionale perché vede chiaramente che l’agitazione peggiora lo stato delle cose, che può invece essere facilmente tenuto sotto controllo con il giusto aplomb. Allora fornisce, anche se non interpellato, alcuni preziosi consigli. Il viaggiatore occasionale avveduto li coglie e ne fa tesoro, i caratteri più bisbetici e incauti invece reiterano e moltiplicano la loro agitazione, nel qual caso vengono lasciati a cuocere nel loro brodo. Il pendolare è empatico, ma se non trova collaborazione si stufa.
Allora estrae dalla borsa un libro, e legge. Il pendolare ha sempre una borsa, che contiene sempre qualcosa da leggere e un ombrello. Spesso l’acqua, qualche volta un contenitore col pranzo. A volte una maglia, perché quando esce di casa il mattino presto fa freddo, o perché l’aria condizionata sul treno ti frega. Comunque il pendolare legge spesso, tanto, di tutto. A inizio carriera il pendolare può anche essere una tabula rasa, ma dopo qualche anno eccoti carriole di cultura, badilate di conoscenze, rimorchi di opinioni, tutte puntuali e a 360 gradi. Da Moccia a Dostoevskij, da Giacobbo a Hawking, da Totti a Bauman. Il pendolare singolarmente tende alla tuttologia. Un vagone intero di pendolari è quasi certamente tuttologo.   
Il pendolare quasi sempre ama parlare col suo simile. Chi si conosce da una vita parte sicuro, con ordine del giorno noto a tutti i partecipanti. Chi è meno introdotto comincia col pretesto del ritardo, del riscaldamento, dell’inadeguato viaggiatore occasionale, dell’uscita di spirito del controllore, di un rumore nuovo ed equivoco del treno. In ogni caso tutto il bagaglio intellettuale che il pendolare ha maturato sul treno o privatamente non entra in gioco. I pendolari parlano esclusivamente di aspetti pratici della vita quotidiana, o di cosa succede in famiglia o in paese. Al più, di salute. Al massimo, di sport. Mai di politica, e soprattutto mai di ricette per far funzionare meglio le cose. Per quello, il pendolare sa che il treno non è il luogo adatto, e anche lui va dal barbiere. Il pendolare è, prima di tutto, una persona sommamente consapevole. 
Infine, spesso i pendolari dormono. A volte per sonno e per stanchezza, sì, ma tante volte per sognare. Sognano luoghi piacevoli, ognuno a suo gusto. Chi con prati fioriti, chi con un laghetto, chi con spiaggia esotica, chi con baita alpina. Chi in compagnia della famiglia, chi degli amici, chi di quella mora con l’occhio languido ma piccantino che sale sempre alla stazione di Z. Ma, invariabilmente per tutti, nel sogno ci sono due città. Gli abitanti della città di A lavorano tutti nella città di B, e gli abitanti della città di B lavorano tutti nella città di A. E, naturalmente, si spostano tutti in regionale, ed è il migliore dei mondi possibili.

giovedì 4 luglio 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #10 di Paolo Marcotti

#10
Alice è bionda, ha un vestito corto di quelli che si mettono solo d’estate, e delle forme che lo popolano, ma non troppo. Non forme da lussuria selvaggia, da temperatura rovente, da ansia di prestazione. Forme pacifiche. Forme da non possedere, forme regalo, forme patrimonio dell’umanità. Ti augureresti che quel vestito non ci fosse per metterti lì, in contemplazione, con quell’anima con cui si gode un tramonto al calare di una giornata memorabile. 
Alice ha anche due occhi verdi che rivolge a un punto imprecisato del paesaggio là, fuori dal finestrino, quasi davvero guardasse i gatti che guardano nel sole. Poi, d’un tratto, decide che il mondo non merita più la perfezione del quadro, e principia a mordersi nervosamente le unghie.
Alice ha una catenina che termina in un ciondolo. Non proprio un ciondolo. Uno di quei ciondoli tondi, fatti come uno specchietto, che si possono aprire e in una delle due parti puoi mettere una piccola fotografia. Prende, apre, dà un’occhiata, chiude. Guarda fuori. I gatti muoiono nel sole. Apre, consulta di nuovo l’oracolo, chiude. Guarda fuori. I gatti girano nel sole. Alice, col dito indice, percorre lentamente e con precisione il bordo del tondo dorato. Guarda fuori e cerca mollemente un’ispirazione.
Apre. 
Quel ciondolo non è quel che appare, questo pensiero si fa strada nella mia mente, e mi pervade anche il resto del corpo. Ci deve essere qualcosa di più, e adesso voglio scoprirlo, adesso voglio saperlo.
Chiude.
Alice ha trovato da qualche parte l’ispirazione, glielo si legge negli occhi. Lo sguardo è sempre rivolto verso un punto indistinto, ma non è più perso. 
Apre.
No, è qualcos’altro, per forza, non so cosa, ma so che sta per rivelarsi. E sarà una sorpresa. Magnifica, agghiacciante, imbarazzante, chissà. 
Chiude.
Si passa furtivamente la lingua sulle labbra. Il treno ha un brivido. Gli occupanti del treno hanno un brivido. I gatti nel sole hanno un brivido.
Apre.
Non può essere, eppure è così. Quel ciondolo non è un ciondolo. È l’organo genitale. Alice ce l’ha appesa al collo. La fica al collo.
Chiude.
Quasi impercettibilmente, l’accelerazione del battito si fa largo nel rumore del treno. Accompagnata da un leggero ansimo.
Apre.
Lo stupore prevale sull’eccitazione. Stupore non da baraccone. Stupore da prodigio.
Chiude.
Alice si sta lasciando andare. Entra in un’altra dimensione, senza treno.
Apre.
Sì, sta accadendo lì, davanti a me, davanti a tutti.
Chiude.
E tutto questo Alice non lo sa, o forse stavolta sì.
Apre e chiude.
L’accelerazione adesso è decisa.
Apre e chiude.
L’ansimo è distinto.
Apre e chiude, apre e chiude.
Percezione di caldo.
Apre e chiude, apre e chiude, apre e chiude.
Moti incontrollati.
Apre e chiude apre e chiude apre e chiude.
Gola strozzata.
Apre chiude apre chiude apre chiude apre chiude.
Salivazione.
Apre e chiude e apre e chiude e apre e chiude e apre e chiude.
Sudore.
Apre e chiude e apre e chiude, apre e chiude, apre chiude, aprechiude aprechiude aprechiude aprechiude aprchiude aprchiude aprchiude aprchiud, apre e chiude e apre e chiude, apre e chiude, aprchiude aprchiude aprchiude aprchiud aprchiud aprchiudaprchiudaprchiudeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee… eeeeee… eeee… ee… e.

martedì 11 giugno 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #9 di Paolo Marcotti

Un racconto diverso, inquietante, onirico. Uno scritto che in qualche modo mette a disagio.

#9
Il tipo è finocchio, si capisce subito. 
Ci sono quelli che si vantano di saperli individuare dal minimo indizio, quando proprio non lo diresti mai. Ecco, tranquilli, stavolta non serve la vostra consulenza, ce ne siamo accorti tutti.
Che poi è una conclusione tirata un po’ così, per sommi capi. Quali siano i suoi gusti e le sue preferenze sotto le coperte, o anche altrove, non è dato sapere. Piuttosto, i suoi movimenti, i suoi abiti e soprattutto gli accessori sono dotati di una femminilità, per così dire, accentuata. Il foulard, il mocassino di vernice, la borsetta di pelle, un’altra borsa col pranzo o quant’altro utile per la giornata, gli abbinamenti studiati certamente sin dalla sera prima, quella cadenza un po’ strascicata e petulante nel parlare. È tutto lì, a tiro sicuro di vista e udito. Il resto, è inferenza.
Qualche volta chiacchiera, quando qualche collega di fermata è disponibile. Non sempre succede, perché spesso si dorme della grossa. Tra i pendolari il sonnellino ristoratore è molto diffuso. Si recupera come si può, e spesso si finisce per considerare con disapprovazione chi disturba questa consolidata usanza. Ma non per cattiveria, per incredulità. Non vedi che dormiamo? Non ti sembra che il treno sia fatto apposta per questo? Come fai a non capire?
Romeo non è giovanissimo e si fa spiegare il funzionamento di qualche diavoleria tecnologica che possiede probabilmente a seguito di un regalo poco azzeccato, e poco gradito. Ma oggi, inaspettatamente, chiede qualcosa anche a me. E il contenuto della richiesta è del tutto inatteso. Mi spiega che, per lavoro, visita ristoranti, enoteche, agriturismi e simili. Prova, assaggia, li valuta, scrive recensioni. Oggi tocca a un posto carino, tranquillo e isolato nella campagna, ma facilmente raggiungibile. Romeo conosce già il titolare, e aggiunge, come argomento decisivo, che si può senz’altro andare in due, suoi ospiti, e che ci attende certamente un’esperienza di raffinata qualità.
Non mi sento affatto insidiato, e accetto di buon grado. 
Veniamo effettivamente accolti con tutti gli onori e fatti accomodare in un bellissimo giardino, con pochi tavoli disposti sotto ombrelloni superflui perché già così la penombra è eccessiva. Non c’è nessuno, tranne una figura maschile, sola, che dà le spalle, apparentemente molto distinta ed elegantissima, in un tavolo ancora più allo scuro del nostro. Ci viene servito un aperitivo, un vinello leggero e delizioso, e qualche piccola leccornia da stuzzicare, di sapiente fattura.
Romeo, per discutere, almeno credo, della scelta dei piatti da servire, viene chiamato in cucina dal titolare, e io rimango solo. O meglio, forse preferirei rimanere solo, perché l’altra presenza mi pare ora improvvisamente inquietante e ingombrante. 
Tento di non pensarci proseguendo con degli assaggini sempre più gradevoli, ma vengo presto interrotto. La voce dall’ombra sempre più scura, quasi buia, mi chiama e mi propone, o forse mi chiede – non capisco, inizio ad agitarmi – compagnia. E adesso no, proprio no, non ne sono lieto, perché ha proprio quel tono con cui l’orco o la strega si rivolge nelle favole ai bambini, quella finta benevolenza che nasconde progetti indicibili e delittuosi. 
Tuttavia non vedo né spazi di rifiuto né margini di trattativa, e mi sento anche un po’ irragionevole nel mio timore. Mi avvio perciò verso il suo tavolo, non troppo velocemente, perché davvero non mi va, ma nemmeno troppo lentamente, ché non voglio darlo a vedere. Mi dico mentalmente “Su, dai, muoviti, che vuoi che sia”, e ad ogni passo il piede destro non si solleva bene e trascina rumorosamente un po’ di ghiaietta. 
Purtroppo, a dispetto di un largo sorriso che vorrebbe essere rassicurante, vengo accolto da un volto che mi inquieta ben oltre ogni mio precedente pessimismo. Una sorta di mascherone raccapricciante, un incrocio tra una mostruosa gargolla, un ceffo da ritratto medievale e… non lo so. Chi più tratti orribili conosce, più ne metta. 
Mi indica con bel gesto dove devo accomodarmi e mi approccia cordialmente, ma io non posso che mettermi in punta di sedia, col corpo teso e rigido, potenzialmente pronto a scattare… ma in realtà paralizzato. Nessun segnale, un rumore vitale qualsiasi, arriva da altrove, il giardino pare essere diventato la nostra oasi privata. Un’oasi che sa un po’ troppo di trappola, però.
Mi parla, come se fossimo intimi, o forse come se non ne avesse potuto parlare con nessuno prima, della sua condizione sfavorevole, di come sia impossibile la vita con un aspetto come il suo. Eppure, rifletto io tra me e me, nonostante riesca a marchiare un’esistenza l’aspetto non è che una maschera che ci rende facilmente riconoscibili, la sostanza è altro. “Esatto, una maschera!”, riprende lui, come se avessi parlato ad alta voce, eppure sono certo di non averlo fatto. “Ma non è detto che, togliendo la maschera, sotto si trovi qualcosa di meglio”. A queste parole mi sento inspiegabilmente e irresistibilmente forzato ad alzarmi e avvicinarmi a lui, non posso opporre resistenza nonostante mi sembri evidentemente una mossa illogica e imprudente. Quando sono abbastanza vicino, mi afferra un braccio, dirige la mia mano verso il suo collo, e mi costringe, prendendola da sotto il mento, a strappargli quella che si rivela davvero essere una maschera.
Viene via come una seconda pelle e sono diviso tra un’insana curiosità di scoperta e l’esigenza di chiudere gli occhi perché tutto premonisce che non sarà nulla di gradito e di gradevole. Infatti, a poco a poco, viene alla non-luce un volto completamente informe e privo di lineamenti. Non è meglio dell’orrore precedente, anzi, è ancora più spaventoso, almeno in quelle circostanze, almeno per me. Sono terribilmente angosciato, e sono lì lì per urlare, per scappare, per farmela sotto, non lo so nemmeno io.
Allora… allora basta. Plin plon. “Prossima fermata B., stazione di fine corsa del treno”.
Romeo mi guarda beato. Innocente no, non direi, piuttosto soddisfatto… quasi consapevole del bel tiro che mi ha giocato. Resto seduto ancora qualche momento, ora non posso alzarmi. Cerco di placare il batticuore, mi tiro su sostenendomi con le mani, mi avvio per il corridoio cercando di dissimulare l’ansia. Perché mi vergogno, ma anche per auto-rassicurarmi. Adesso ho fretta, ho bisogno d’aria, premo su chi mi sta davanti, fremo. Maledizione, fate presto! Appena posso scendo. L’aria è fresca. Respiro. Mi sembrava di non farlo da tanto.

venerdì 31 maggio 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #8 di Paolo Marcotti

#8
Jennifer sale sul treno tutte le sere, alla stazione di P. Nei giorni in cui torno a casa tardi è una presenza fissa e puntuale. Non rassicurante, anzi, vagamente sinistra.
È impossibile non notarla. La sua vistosissima chioma vigorosa e indisciplinata la precede, la distingue, la segnala, e l’effetto è perfino più efficace di quello delle aureole luminose sulle statue di Padre Pio o della Madonna. Jennifer è magrolina e non ha il fisico per portare a spasso un simile rigoglìo della natura, nemmeno per dissimularlo un po’, ma non è solo una questione di esilità. La chioma la domina, la schiaccia, prende il sopravvento e il resto sono briciole sul marciapiede del binario. È sul punto di soccombere ma non si dà per vinta: a volte arriva coi capelli lisciati, da una forza evidentemente non terrena. Lo sforzo però è vano, e l’effetto grottesco, quasi patetico.
Ma Jennifer non conosce arrendevolezze e deve mostrarsi, e dimostrarsi, di avere altre frecce capaci di andare a segno, quante ne vuole. Spesso tenta la metamorfosi, una surreale trasformazione in una sorta di essere a metà tra una cerbiatta e Heidi con un trucco molto, troppo pesante. Ma non è una festa in maschera e l’accoglienza del popolo pendolare del binario 2 è antartica.
L’arma migliore di Jennifer però è il guardaroba. Soluzioni tessili inedite, abbinamenti arditi, abitini così originali da far venire l’idea che sia lei stessa a pensarli e realizzarli. Spesso sono sorprendentemente corti e li indossa anche se fa freddo. Lasciano in mostra due gambe ancora da bambina e chi guarda lo fa con curiosità perplessa e asessuata.
Ma non importa, a Jennifer l’attenzione maschile non interessa. Sta in disparte con fare pudico e privatissimo, non propone né ispira desiderio. Non è lì per quello. Si direbbe che stia piuttosto perseguendo un suo obiettivo, una sua coerenza.
È sempre tremendamente occupata con il suo smart phone ultimo modello. Parla e chatta con le amiche con un po’ di supponenza, e il suo divertimento è misurato e annoiato. Ascolta in cuffia con esagerato entusiasmo musica finto-indipendente che le ha passato un amico che lavora in una radio locale. Un solidissimo muro marca il confine tra lei e il mondo degli altri pendolari, che agli occhi del suo granitico isolamento non hanno alcun valore e nessuna possibilità di trasmetterle quel calore che lei non cerca più, certo non adesso, certo non qui.
Jennifer fa l’estetista in una cittadina di provincia incomparabilmente stretta rispetto alle sue robuste ambizioni maturate sulle riviste di moda, per la sua educazione militarmente impostata sul rigore di Vogue. Jennifer sogna ad occhi non sempre aperti Milano, le sfilate, gli aperitivi, i locali con certa gente che ha in mente lei. Lì sì che sarebbe finalmente dove merita, come merita. Con le amiche ne parla spesso, quasi sicura di non essere compresa, e scarta, senza capacitarsi del loro osare, intimiditi pretendenti di paese, sempre meno numerosi.
Jennifer un giorno non molto lontano si licenzierà con impaziente e inadeguato orgoglio e andrà a Milano, a far capire e vedere a tutti chi è e quel che sa, a bussare a certe porte, non tutte, non è una disperata qualsiasi, solo quelle giuste. Questo pensiero è per lei pane quotidiano, armonia perfetta, fede incrollabile, fiero appetito, gustosa lussuria. Non le serve altro e le banalità di questa vita nel frattempo sono solo un incidente di percorso, una fastidiosa scocciatura.
Ma anche Milano attende Jennifer con gusto. L’ha sentita annunciarsi col suo profumo rivelazione dell’ultima stagione. La divorerà in un solo boccone e la digerirà con un piccolo singhiozzo. Per un bel rutto, ci vuole ben altro.

mercoledì 22 maggio 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #7 di Paolo Marcotti - Dedicato a Carlo Monni -


#7
(Dedicato a Carlo Monni, e a tutti i maestri che lasciano un vuoto che non sappiamo riempire, perché non abbiamo imparato abbastanza da loro)
Arrivo in stazione in autobus dopo un cambiamento di programma e oltrepasso sul marciapiede tutti i vagoni già affollati per salire direttamente sul primo che offre qualche spiraglio di comodità. Lui è già lì, seduto compostissimo come un bambino emozionato e ben educato in gita, catechizzato dalla mamma e dalla maestra con qualche decina di superflui “fai il bravo!”. Ma, come per ogni bambino in gita che si rispetti, la compostezza lascia piccoli varchi che tradiscono un frenetico tumulto. L'apparenza da scolaretto infiocchettato per l’occasione non può dissimulare il brivido del discolo apprendista di avventure.
Ma non è un bambino, tutt’altro. Un attempato signore, per certa letteratura. Un appartenente alla terza età, per certi altri amanti della correttezza. Un vecchino, a casa nostra, dove chiamare le cose col loro nome è segno di affetto.
Un vecchino d’altri tempi: andato dal barbiere per l’occasione, è rasato alla perfezione intorno ai baffi bianchi; capelli pure bianchi, ben impomatati. Giacca e camicia entrambe a quadri, di una foggia che non si trova più neanche al mercato di paese, e meno che mai nei negozi con pretese vintage. Appuntati al bavero, in forma di spilla, i ricordi ben vivi di una militanza giovanile. Dal taschino spunta una penna finto-oro che sì, concede qualcosa agli stereotipi, ma può sempre servire. I mocassini poi rimettono a fuoco immagini d’infanzia, uguali a quelli di certi amici del nonno, quando lo venivano a trovare. E… non notata prima, la cartolina è completata da un autentico tesoro: sulla cappelliera c’è una valigia. Di cartone. Chiusa con lo spago. Incredibile. Sono sul set di un film. Sono andato indietro nel tempo e sono salito su un treno degli anni cinquanta. Sto sognando. Passo in rassegna tutte le spiegazioni possibili per tanta meraviglia, finché, con mia sorpresa ancora maggiore, il vecchino estrae un cellulare.
È un brusco ritorno al contemporaneo, ma non è deludente. Il vecchino infatti lo approccia con incertezza tenerissima. Armeggia un po’, non sembra raggiungere l’obiettivo, lo ripone con l’aria di chi rimanda senza pensieri una questione.
Dal finestrino entra un sole irruente e fastidioso. Ci sarebbe la tenda ma Aldo non la tira. Rimane fermo lì, a farsi cuocere la faccia, proprio come fosse una cosa che non può più permettersi di perdere, e un pizzico di malinconia nell’aria mi suggerisce che forse sì, è proprio così. 
Poi dobbiamo scendere, e cambiare treno per arrivare a destinazione. Fortunatamente anche Aldo viene a F., e quando arriva il nostro secondo treno posso ammirarlo accostarsi per primo alla porta del vagone ma invitare tutti a salire prima di lui, nonostante ci sia il pienone e lui abbia ben diritto di reclamare un posto a sedere. Non lo fa per un eccesso di umiltà o di educazione, o per dimostrare qualcosa. Lo fa così, perché non è nemmeno previsto che si possa fare in un altro modo. 
Aldo ha lasciato la terra natale tanti anni fa, per andare a cercare lavoro, fortuna e famiglia dove sembravano esserci prospettive migliori. È andata bene, non benissimo, ma ad Aldo già sembra di aver raccolto anche troppo, più fortuna di quella che meritava, più di quanto gli bastava e gli basta per vivere sereno, con la fronte alta, con quegli occhi che possono guardare tutti dritto per dritto. Aldo non ha conti in sospeso, non ha mai rimandato un bicchiere di vino o una canzone se la compagnia era buona, non è mai andato a casa presto se c’era bisogno che dicesse la sua o che ascoltasse quella degli altri. 
Ora torna, perché, con uno dei pochi amici rimasti, dovranno andarne a salutare un altro, per l’ultima volta. Quello più giovane di loro. Quello che, quando erano giovanotti, avevano aiutato e protetto, perché veniva da una famiglia sgangherata e certi malintenzionati gli avevano messo gli occhi e qualche volta anche le mani addosso. Quello che poi era cresciuto con gli stessi valori, le stesse idee sulla vita, che aveva fatto più strada di loro ma non aveva dimenticato, e non si era mai allontanato da quella linea che avevano disegnato insieme da ragazzi. L’unica fregatura gliel’aveva tirata adesso, salutando in anticipo, quasi scappando.
Aldo tira di nuovo fuori il cellulare e stavolta chiama senza esitazioni l’amico. “Felice?” … “Sì, sono io, sto arrivando, un quarto d’ora e sono lì” … “eh, lo so anch’io che sarebbe stato meglio se fossi tornato per un altro motivo” … “Senti, Felice, lo sai cosa ti dico? Che questa faccenda che se ne vanno sempre i migliori, che gli eroi muoiono giovani e belli, ha un po’ rotto i coglioni. Va bene, è una bella idea, è romantica e nobile e tutto quello che vuoi… Però, anche se arrivassero a cent’anni, non ci sarebbe mica niente di male, no? Morissero anche un po’ di stronzi, ogni tanto”.

lunedì 13 maggio 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #6 di Paolo Marcotti


#6
Ha gli occhiali con la montatura rossa, evidente anche da lontano, nella cornice dei capelli biondi. Indossa spesso la gonna, sopra al ginocchio. Da seduta risale, si accorcia, ma lei bada a non concedere nulla. Probabilmente non è ignara di quel fascino, più da professoressa che da segretaria nel suo caso, quel pensiero voluttuoso, quella certa scintilla con cui la donna, anche non troppo avvenente, appicca il fuoco a sottoboschi maschili più o meno addormentati. L’uso femmineo della verticale occhiale-camicetta-gonna-tacco può variare dal candido inconsapevole al delittuoso: perciò, pur con rammarico, apprezzo e ammiro la saggezza di questa controllata parsimonia.
Salgo sul treno ed è già al lavoro. Arriviamo a destinazione e, pur essendo il capolinea, non smette, non raduna le sue cose, non accenna a scendere. Durante l’intero tempo del viaggio lavora con continuità e concentrazione, senza pause. Il lavoro non le pesa; non lavora come un automa, ma nemmeno con amore. È spietata, nient’altro.
Sta sempre nel primo sedile, nell’angolo dietro la porta, appena entrati nel vagone. Protegge con riserbo se stessa, il suo lavoro, la sua impermeabilità. Non parla mai, non chiama, non riceve telefonate. Il suo aspetto e i suoi modi sono così essenziali da non lasciare spazio per suggerire un nome, e scoraggiano tentativi di affibbiargliene uno così, per approssimazione. L’unica concessione alla frivolezza è una indefinibile e imprevista idea che trasmette: un certo sapore da opinionista di talk show televisivo. È un pensiero che probabilmente le causerebbe orrore. 
Lavora, impassibile e indecifrabile, ma il mistero non riempie l’aria, non si odora, non si tocca. Il suo è un segreto senza brividi, senza scuri, limpido come acque e cieli primaverili. 
Consulta senza sosta pile di scartoffie su carta intestata, nella sua immutabile e leggera routine, a mezz’aria.
È proprio questa leggerezza che cerca, il suo miraggio, il suo impegno, la sua vocazione.
Tutte le sere, giunta a casa, si allena a volare.
In uno spazio e in un tempo noti solo a lei, esercita la mente e il corpo a salti in lungo che scavalcano un intero campo, a schiacciate in canestri posti ad altezze aeronautiche, a picchiate che allenano il petto a sopportare la compressione e il batticuore, a lunghe planate sorretta dal vento e da una piacevole e pulsante emozione di padronanza e libertà.
Padronanza delle leggi del volo, ma padronanza anarchica. Il volo ha tecniche, non regole. Il volo è possibile solo senza vincoli. Volo per esplorare. Volo per mettersi in gioco. Volo per studiarsi. Volo per scoprire un limite, un confine, e fermarsi un battito d’ali prima. Volo per andare oltre. Volo per negare e superare una pila di scartoffie su cui controllare che tutte le norme siano rispettate e che tutti i conti tornino.
Ieri, forse non del tutto involontariamente, mi sono attardato nello scendere. Finalmente ho visto la donna dagli occhiali rossi riporre le sue cose e lasciare il suo posto. Procedo in quella direzione e mentre mi avvicino noto che sul sedile vuoto è rimasto qualcosa. Avanzo ancora per quei pochi passi. 
E… sì… certo. È una piuma.

giovedì 2 maggio 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #5 di Paolo Marcotti


#5
Maledizione. Di nuovo lei. Di nuovo quella voce metallica, fastidiosa, quel tono insopportabile che buca l’aria.
Stai zitta! Sei pendolare anche tu, no? Non lo sai che vogliamo leggere, dormire, pensare ai fatti nostri in tranquillità, creare del salubre vuoto dentro la testa? Cos’hai di così indispensabile da dire, da trasmettere con tutto questo fervore? 
La signora Silvana, o come diavolo si chiama, pare una di quelle megere dei cartoni animati, quelle vecchie cattive che impressionano i bambini, anche se vecchia non è. 
Chioma di capelli biondo-bianchi che, più che la conseguenza di una piega, è il risultato di una zuffa tra gatti. La bocca è spiacevolmente rientrante rispetto al profilo, come quando la nonna si leva la dentiera per andare a dormire. Magra come un chiodo, evoca sensazioni di ghiaccio e rigidità. E, naturalmente, gracchia come una cornacchia isterica, sovrastando qualsiasi altra cosa nel vagone. 
Taci! Cazzo! 
Quando scende, si avvia veloce, con un passo sovrannaturale, ad alta frequenza, quasi robotico ma comunque fluente. Sotto la gonna, di taglio e lunghezza ultra classici, lavorano due gambe tornite nel legno da uno scultore di montagna. Sale le scale con decisione caprina. I polpacci, definitissimi, divorano i gradini, famelici. 
Quando, seduta nel suo sedile con un portamento che lo fa sembrare un trono di marmo, inforca gli occhiali, l’immagine è chiara, limpida nel suo riproporre un passato che ancora scotta. È quella professoressa di greco e latino, algidissima e severissima, che scorre con l’indice l’elenco dei nomi sul registro. Gocce fredde popolano le fronti e scivolano sulle schiene. E oggi, certo, interrogherà proprio te, proprio te che non sei preparato, ammesso che si possa mai risultare preparati al suo cospetto. 
Il quattro è garantito. Sarai rimandato a settembre, l’estate è rovinata, con tutti i suoi progetti e i suoi sogni. Dovrai penare su quel maledetto aoristo, oppresso dal caldo, dal sudore, dai rimpianti. Verserai lacrime da adolescente, disperato.
La signora Silvana, professoressa Silvana o chissà che altro, forte di queste circostanze, si fa beffe del prossimo. Ama gli scherzi crudeli. Più di tutto, ama creare e vedere sbigottimento, paura, terrore.
Il suo pezzo forte, quello che le dà più gusto, è piazzarsi dietro una curva su una strada con poco traffico, quando la luce comincia a calare. Appena sente un’auto arrivare, proprio un attimo prima, con un balzo atterra improvvisa al centro della strada. Negli occhi saettano fuoco e fiamme, la bocca si apre su un ghigno fosforescente, la posa del corpo ricorda certe rappresentazioni medievali del diavolo. 
Mentre lei, con un balzo successivo, si è già dileguata portandosi al sicuro, il guidatore, dopo aver inchiodato disperatamente, cerca invano di scacciare i mostri che si accalcano nei suoi occhi e nella sua mente, il fiatone, il batticuore, il sudore freddo.
Più che uno scherzo, quasi un delitto. Bisognerebbe fare qualcosa. Andrebbe denunciata, ecco. Ma nessuno ci pensa. Tutti sanno, e nessuno osa.
Tutti tornano a quel registro, a quel dito che si è fermato proprio su quel nome, a quella voce che l’ha chiamato, a quell’estate spezzata. Quel quattro in greco fa ancora paura.

martedì 23 aprile 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #4 di Paolo Marcotti


Il tempo, nel senso meteorologico ma non solo, è indefinito, a metà. Io ho fatto tardi e prendo un treno estraneo alla regolarità del mio pendolarismo.
Di solito non lo faccio, ma forse proprio l'orario e il clima inconsueti mi fanno guardare attorno in una involontaria, ma non troppo, ricerca di figure che mi accendano curiosità, colori, melodie.
Non ne trovo, si capisce. Perché non sono cose a cui si comanda.
Mi siedo allora dove lo spazio libero è massimo, per distendere le gambe, i pensieri, le letture, le fantasie.
Ho vagamente fotografato l'uomo seduto nell'unica posizione che si propone agevole alla mia vista.
L'ho già battezzato come scarsamente interessante e chiudo gli occhi, desiderando un sonno che sembra realmente sul punto di prendermi.
Però la fotografia sfocata di Gabriele rimane in qualche modo lì, tra l'occhio e la palpebra. Reclama.
E' vero, aspetto ordinario. Poco sotto la cinquantina, occhiali scuri, vestiti e scarpe non espliciti ma che ricordano qualcosa di militare.
E, nonostante gli occhiali scuri, una percepibile espressione arcigna, un cipiglio. O, più precisamente, un'incazzatura. Ma non irosa, non disgustata. Determinata, ecco.
Mi vedo costretto a riaprire gli occhi per acquisire ulteriori elementi.
Gabriele si fruga l'interno della giacca freneticamente, quasi avesse le pulci, e ne cava dei foglietti e un cellulare.
I foglietti, scritti a penna, contengono diversi numeri di telefono, e, non posso fare a meno di notarlo, tutti di persone di nome Mario.
Gabriele manda ad ognuno di questi numeri un messaggio. Questo messaggio: "Mario, non importa. Non chiedere niente, resta sereno. Di alcune cose non vuole parlare nemmeno Dio".
Gabriele si tradisce perché non ha pulito alla perfezione le scarpe. Quegli scarponi neri, quasi anfibi, conservano qualche traccia di fango, di un fango atavico, tante volte meticolosamente pulito ma che inevitabilmente mostra la sua storia. Il verde prevalente di cui Gabriele è vestito suggerisce che è fango di bosco, un bosco in cui lui si muove sicuro, svelto e familiare, quasi come un animale di montagna. Familiare. E' la parola esatta. Perché è il bosco che Gabriele ha preparato, verrebbe quasi da dire costruito, per sua figlia. Sua figlia, con cui è rimasto solo, è una creatura speciale. Dovremmo chiamarla folletto, se solo credessimo davvero alla loro esistenza. E un folletto ha bisogno del bosco, per vivere.
Gabriele non la ama come si ama una figlia, perché Gabriele non sa amare "come". La ama. E amarla è stato procurarsi un terreno. E amarla è fare di quel terreno un bosco, con le sue mani, con le sue forze.
Gabriele, con quell'apparenza che è tutto il contrario, ha anche lui qualcosa del folletto. E mentre siamo troppo concentrati nelle nostre indispensabili attività, ci sfila il telefono o l'agenda. Scorre veloce la rubrica e trascrive tutti i contatti di nome Mario. 
Ogni Mario, un messaggio.
Ogni messaggio, un nuovo albero.
Il bosco si popola e sua figlia è felice. E anche Gabriele, dopo che ha piantato un nuovo albero. Niente più incazzatura, sorride.
Non vi chiedete perché proprio Mario. Non vi chiedete perché il messaggio.
Di alcune cose non vuole parlare nemmeno Dio.

mercoledì 10 aprile 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #3 di Paolo Marcotti

La signora Luana ha i capelli tagliati corti, da poco, con una bella tinta biondo platino che ha un effetto molto naturale e al di sopra di ogni ironia, almeno su di lei. 
Una sessantina d’anni, non trascurati ma nemmeno nascosti dietro qualche infantile espediente. Semplici e lucidi come il pelo del gatto più coccolato di casa. Gli stivali, di pelle chiara, e sopra una lunga gonna tigrata, un piccolo azzardo, anche questo quasi impercettibile su di lei. Il rossetto e le unghie di un insolito color rame le danno quell’aria da fotografia di qualche anno fa, piuttosto che da persona presente lì, in carne e ossa. Siede perfettamente diritta, con un accavallo elegante e compostissimo che ha qualcosa di nordeuropeo, pur senza trasmettere una sensazione di freddo.A volte, non troppo spesso, partecipa alla discussione delle altre donne, piuttosto chiassose, sedute nei pressi, che conosce ma con cui non è in confidenza. I suoi interventi sono a tempo, chirurgici, pare quasi che conosca da prima la lunghezza delle pause della conversazione e abbia delle frasi perfette da inserire. Perfette ma non studiate. Naturali. Le sue parole non sono banali o sorprendenti, né polemiche o spiritose. Inchiodano la realtà, e basta.È qui che vedo una sala tutta piastrellata di bianco e dei tavoloni metallici. La signora Luana, o dovrei meglio dire la dottoressa Luana, fa le autopsie. E le fa nell’unico modo immaginabile, con gesti essenziali e misurati, mantenendo un ordine interno ed esterno necessario perché la natura lo ha previsto così, sporcando e sporcandosi il meno possibile. Sì, il punto è questo. La dottoressa Luana non è mai stata sporca in tutta la sua vita. E non può che essere così: un mestiere, quasi una vocazione religiosa, ai confini con la divinità. Sacerdotessa della morte. Restitutrice di una causa là dove la causa è incompresa, ignorata, smarrita.Arrivata alla sua fermata, si alza e percorre il corridoio che separa il suo sedile dalla porta. Annuncia con tono liturgico, ufficiale ma disteso, il motivo della morte ai viaggiatori che man mano affianca. Io non sono in quella direzione. Rimango lì, appeso, senza verdetto.


di Paolo Marcotti

mercoledì 3 aprile 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #1 di Paolo Marcotti

Sale, trafelato. 
Gli chiedo se ci sono notizie ulteriori sul ritardo, perché siamo lontani dagli altoparlanti della stazione e non si sentono gli annunci. Quasi non riesce a rispondermi, a parlare.
Non è trafelato. È senza fiato. Ha corso. 
Ma solo la difficoltà a parlare lo tradisce, non si percepisce affanno, né respiro pesante, quasi si trattenesse, quasi volesse nasconderlo.
Ha certamente corso abbastanza a lungo. E' giovane, alto e snello. Non può avere il fiato così spezzato solo per uno scatto sul binario.
Dopo qualche attimo di silenzio e di immobilità, nel quale sembra applicarsi per scomparire, per non esserci, mi annuncia all’improvviso che non pensava di farcela a salire, ma che del resto non sarebbe importato poi molto, perché di solito prende comunque “quello dopo”. Il tono della voce è piatto e i gesti sono minimi, ma qualcosa in lui manifesta una certa soddisfazione per avercela fatta.
Ha dei lineamenti sfuggenti. È un uomo che c’è ma non c’è, è seduto lì, a un metro da me, ma non riesco a prenderlo, a fermarlo. Non riesco ad attribuirgli un nome. Penso che la cosa più probabile suggerita dal suo aspetto e dai suoi modi sia Giovanni, e al tempo stesso sento di escludere che si chiami così. Ad ogni modo, qualcosa del genere, forse Gianpiero.
Finalmente il treno parte, sferragliando un po’. Le Frecce di ogni colore sono diventate silenziose. I regionali sferragliano ancora, per fortuna. Rumori provvidenziali, un giorno per cullarti, un altro per tenerti sveglio, quasi sempre per attutire voci moleste impegnate in conversazioni telefoniche superflue.
Gianpiero fissa, con sguardo non proprio rassicurante, fuori dal finestrino il paesaggio urbano laterale che comincia lentamente a muoversi davanti ai suoi occhi. E, ancora all’improvviso, la sua bocca inizia ad emettere suoni. È un misto di suoni che sembrano appartenere a un motivo e di rumori veri e propri. Forse pensa di non essere sentito, coperto dal rumore del treno, o forse non se ne accorge nemmeno. Evidentemente, per quanto mi sforzi di essere neutro, a un certo punto faccio qualcosa di percettibile. Lui si accorge dell’ascolto inatteso, e tace. 
Gianpiero ha corso. Gianpiero ha corso anche se sapeva che non sarebbe mai arrivato in tempo per le 18.10, e sapeva anche che alle 18.40 lo attendeva “quello dopo” come tutti gli altri giorni.
Gianpiero oggi ha corso perché ha preso una decisione. Gianpiero non vuole più essere “quello dopo”. Non vuole più essere nemmeno Gianpiero. 
Tra qualche tempo, una rossa alta quasi come me salirà un po’ trafelata sul treno, si accomoderà con un accavallo elegante, ed estraendo uno specchietto dalla borsa controllerà che il fondotinta copra a dovere quella poca barba ancora rimasta, che certamente sparirà del tutto prestissimo, come le hanno assicurato.

giovedì 28 marzo 2013

Altri racconti di altri: Il vicino sul treno #2 di Paolo Marcotti

Quando salgo Antonio è già lì, al suo posto.
L’idea che trasmette è proprio questa. Quello lì è il suo posto, non potrebbe essere seduto in nessun altro posto del treno, e ci sta seduto come se fosse una sedia di casa sua. 
Non l’ho mai visto prima, ma nessun dubbio sul fatto che si chiami Antonio, non ho ancora fatto in tempo a entrare fisicamente tutto intero nella carrozza che mi sembra di essere colpito da una sberla, una rivelazione violenta, che mi spiega che è così, senza discussioni. 
In tutta onestà, Antonio ha lineamenti ai confini dell’Italia mediterranea. Anzi, ad un’analisi razionale, è quasi certamente nordafricano, il che impedirebbe che si chiami Antonio. O forse no, ci sarà pure un equivalente arabo, in fondo sant’Antonio era egiziano.
Posata a terra, a fianco del sedile, una sporta di plastica. Piena di quei giornaletti pubblicitari con le offerte di ogni sorta di iperluogo che ostinatamente affollano le cassette della posta. Sono decine, e non sono tutti uguali. Sono tutti diversi. Antonio non è un distributore, è un raccoglitore. Accarezzo addirittura l’ipotesi del collezionista, ma non è così: nel rapporto tra Antonio e i volantini non c’è ardore, né rito, né religione. 
Li estrae, uno alla volta, dopo aver riposto il precedente, e li sfoglia con lentezza e rispetto, senza spiegazzarli. Il ritmo è costante, anche se su qualche pagina si sofferma più a lungo. Spesso parte dal fondo. Non è interessato al contenuto, non è a caccia di offerte. Si direbbe che il suo interesse, o sarebbe meglio dire la sua necessità, stia nello sfogliare. 
D’un tratto, comprendo. Antonio è saggio. Antonio assegna allo spostamento ferroviario un ruolo fisiologico e necessario al protrarsi della vita. Come una gallina che cova l’uovo, Antonio in maglione viola cova il suo stesso spostamento. Non c’è nessun bisogno, né per essere se stessi, né per vivere meglio o per essere felici, di appollaiarsi su quell’uovo e quella paglia o su quel sedile blu. Però, va fatto. Però, una volta trascorso il tempo necessario in quell’inutile, fisiologica e vitale posizione, il guscio si spezza, la porta si apre, la vita esce dallo stand-by e riparte.
I volantini non sono che un innocente e poco impegnativo soccorso nella forzosa immobilità. 
Del resto, è piuttosto comune disimpegnarsi sfogliando o leggiucchiando qualcosa… proprio lì, quando è la necessità a costringerci… insomma, ci siamo capiti.