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mercoledì 9 aprile 2014

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 21

Titolo di cronaca: "Assassino riconosciuto dai passanti."

Questo il mini racconto ispirato: Il naso.

Nel dettaglio, entra nel dettaglio. Ricorda, seziona, smembra. La luce al neon è fastidiosa, troppo bianca. Si appoggia priva di spessore sulla scrivania e sui muri e li nasconde. Cela tutto, ma non me. Mi illumina il naso: è grosso. Ho sempre odiato il mio naso, mi precedeva e mi identificava lasciando in disparte ogni altra qualità. "Arriva l'elefante", dicevano. "Come farà a baciare una donna", ridacchiavano. "Lo avrà grosso anche nelle mutande?", spettegolavano. 
Vedo l'ombra del mio naso sul tavolo in formica, è lunghissima, mi ricorda una spada. Potrei girarmi di scatto, muovere il collo selvaggiamente e affettare l'avvocato, per poi trafiggerlo e infilzarlo come un polletto su uno spiedo. Ho un naso aggressivo. 
- Non sono stato io.
Barrisco.
- L'hanno riconosciuta, non credo...possano esserci dubbi, nel suo caso.
L'agente tiene la testa bassa incapace di fissarmi negli occhi. 
Mostro, pensa.
Ed ecco che il mio naso mi ha fregato ancora una volta. Sono un assassino. Mi aggiro nella notte con un mantello da Cyrano e predico odio e amore e uccido per colpa dell'uno e dell'altro. Questo credono.
Ero un bravo bambino: non dissentivo, non urlavo e trattenevo la pipì quando mia madre mi portava in giro di negozio in negozio il sabato pomeriggio. Già da piccolo avevo coscienza della mia diversità e tentavo di pareggiare il conto con le buone azioni. Peccato che le vecchiette ritirassero la loro mano rugosa quando mi guardavano bene in faccia e che gli insegnati non capissero la differenza tra una battuta sagace e una presa per i fondelli. Colpa della mia voce screziata, ruvida, nasale. 
I miei genitori non mi facevano mai rispondere al telefono e metà degli amici di famiglia pensavano fossi muto, i rimanenti mi credevano demente. Tra un raffreddore, una umiliazione e un pianto sono cresciuto e ho trovato il mio posto nel mondo. L'unico posto, probabilmente. Sono una testa da test: annuso i campioni di profumi, deodoranti, creme, lettiere ed esprimo un parere insindacabile. L'odore del mondo dipende dalle mie narici. L'aroma dell'umanità segue i miei vizi. Sono soddisfatto. 
Ho un naso importante, responsabile.
Certo a volte è un impiccio avere un arnese tanto sensibile, soprattutto in città. Ci sono afrori che me lo violentano, olezzi che mi entrano nel cervello e mi cambiano l'umore.
- Si concentri. 
Esplode il poliziotto.
- Era o non era nei pressi di Vicolo Frogia ieri notte verso le ore 2.45?
- Non ricordo.
- Non ricorda? È malato? Ha sbattuto la testa, forse?
- In un certo senso signore, non rammento, lo giuro. È colpa del naso.
Me lo tocco, mi rassicura.
- Ci sono fragranze che mi stordiscono e mi annebbiano la mente, insomma...svengo.
- Capisco
Il commissario si alza, mi dà le spalle. È un uomo alto e grasso e pende a destra. Ha gli abiti stropicciati e un tanfo disgustoso di colonia e sudore. C'è caldo sotto questa bianchissima luce al neon.
- Non dica altro.
Mi sussurra l'avvocato prima d'uscire dalla stanza.
Io rimango seduto. Goccioline rotonde navigano sulla mia fronte e cercano la libertà scivolando veloci sulle mie appendici e schiantandosi a terra.
Quasi mi ipnotizzano.
Dove ero ieri notte? Camminavo, mi sembra. Lo faccio a volte, inseguo le scie dei miei ragionamenti come un segugio. Un marciapiedi, una lampada rossa, delle gambe di donna, un bambino che ride. Nient'altro ritorna alla mia memoria. Niente di sanguinolento o feroce.
L'essenza della morte è pungente e corposa, sconvolge i miei sensi e li immobilizza. Un odore dolciastro che mi dà immediatamente la nausea. Non posso essere un assassino, ne morirei.
- Le piacciono i ragazzini?
- Non capisco la domanda.
Il poliziotto l'ha tirata fuori dal cilindro e me l'ha sbattuta in faccia aggressiva e soffice come un coniglio mannaro.
- Frequenta uomini più giovani, molto più giovani? 
- Ho degli amici, solo amici.
- Ahhhh, ha degli "amici".
Il commissario spalanca le manone sul tavolo, appoggiandosi. Fa tremolare i baffi e mi osserva dall'alto in basso. Ride di me.
- E cosa fa con questi amici?
Ho fiuto per le trappole, non so cosa rispondere.
- Quello che fanno tutti: usciamo, mangiamo, beviamo, andiamo alle feste.
- O festini? Le piace travestirsi?
Decido di rimanere in silenzio. Respiro affannosamente e la saletta diventa ancora più calda.
Nel dettaglio, entra nel dettaglio. Ricorda, seziona, smembra. Rammenta. 
L'aria densa mi invade le narici e mi rosola il cervello. Abbrustolisce frammenti di vissuto e parti delle mie esperienze ritornano.
Ero con Piero nel vicolo. Piero è bellissimo e mi fa divertire. A lui piace il mio naso, ogni tanto glielo faccio toccare. "Non sembra vero.", dice. Avevamo bevuto ma non abbastanza per perderci. Piero aveva in mano una corda e una sacca. 
"A cosa ti servono", chiesi.
"Vedrai."
Ero eccitato, mi piace giocare. 
Non così però.
Piero mi conosce bene. Sa che le lunghe attese frenano il mio imbarazzo e alimentano il mio piacere.
All'improvviso siamo stati avvolti dal profumo di cannella e zucchero filato. Buonissimo. Un giovanotto sui 13 anni era uscito da una porticina laterale. Teneva un pallone sotto il braccio, aveva labbra grandi e qualche briciola sulle guance. "Torta di mele", l'avevo riconosciuta. Io lo salutai, Piero fece il resto. 
Schiacciato contro il muro, con il pantaloni abbassati e le lacrime il ragazzino implorava Piero, chiedeva clemenza. Il mio amico era un fascio di muscoli e desiderio. L'odore di piscio e di paura mi teneva distante. Volevo salvarli entrambi. Lo volevo. Ne sono convinto. Il piccolo allungava le braccia verso di me, quasi a volersi aggrappare a qualcosa, al mio naso suppongo. Non feci nulla se non respirare a grandi bocconi, appoggiarmi a un palo e perdere i sensi. Mi sono svegliato nel mio letto con la faccia incastrata nel cuscino e un sapore metallico in bocca. Ora sono qua.
- Aveva appena fatto merenda.
Il commissario mi ascolta, ha la decenza di non porre altre domande.
- Non ero io a spaventarlo, non era questo.
Indico la mia evidente sporgenza.
- Come si chiamava?
- A n d r e a.
Scandisce il nome lettera per lettera, dà un peso a quel nome. Il commissario è bravo nel suo lavoro.
- Andrea.
Ripeto.
- Piero lo avete preso?
- Non c'è nessun Piero.
È quasi una domanda. 
Non c'è nessun Piero.
-C'è! È mio amico, è stato lui quella sera, non io.
- Pensaci bene.
- L'ho fatto. Dovete trovare Piero, è alto come me, potremmo essere fratelli...se lui non fosse esageratamente perfetto. Ha un profilo francese. 
- Pensaci bene.
Ripete il commissario, sgrana il rosario delle sue convinzioni e io non capisco dove voglia portarmi.
La luce al neon sfarfalla e tutto sembra pulsare.
L'ombra del mio naso s'assottiglia, si piega e si riduce in una allucinazione perversa. La osservo e mi sento già distante. 
Piero mi somiglia, è pettinato come me, mi capisce e mi precede. È di famiglia.
- Forse potreste assumerlo come cane, per l'olfatto. È un bravo cucciolo.
Suggerisce Piero al poliziotto.
Forse potrei, forse lo faranno. Piero è bravo a convincere le persone.


di Manuela Paric'

sabato 29 marzo 2014

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 20

Titolo di cronaca: "A 70 anni deruba ultraottantenne."

Questo il mini racconto ispirato: La pera.

Vincenzo era lento. Picconava l'asfalto con il suo bastone e si lasciava alle spalle minuti di vita preziosa. Era vecchio, molto vecchio. Aveva ottantanove anni, undici mesi, ventinove giorni e una manciata di ore. Ogni mattina indossava un  paio di pantaloni gessati, scarpe lucide e la cravatta; si impomatava i quattro peli bianchi che gli erano rimasti in testa e affrontava i tre chilometri di strada che separavano casa sua dal mercato ortofrutticolo. Contava puntiglioso ogni moneta conservata con cura nel portafoglio e si soffermava qualche istante a ripensare ai tempi andati. Vedeva il mondo cambiare velocemente, lui avvizzire e il cemento arrivare ovunque, anche sulla luna. Per Vincenzo non era facile ricostruirsi giorno per giorno, adattarsi al suo breve futuro e camminare. Però, Vincenzo non mollava. Era un uomo semplice e a quello si aggrappava: il tè caldo e la macedonia di frutta fresca. Cose che lo mantenevano sano e saldo. Non sarebbe morto rintanato sotto un piumone e avrebbe lottato prima di farsi accudire da qualche badante latina dai seni grossi e dalla risata sconfortante. Le insidie della città moderna gli facevano un baffo, le affrontava disinvolto, rughe alla mano ed espressione svanita per partire al contrattacco. I giovinastri, così gli piaceva additare i liceali o i ragazzetti agghindati stranamente, gli stavano alla larga, turbati dal suo "vecchiore". I malintenzionati invece si accorgevano subito dei pochi spiccioli che avrebbe fruttato e procedevano lesti verso più ghiotti bottini. Al mercato s'era anche fatto qualche amico. La signora Maria lo salutava con un bacio sottile e Babatunde, il berbero delle cassette, gli teneva da parte qualche primizia. Tutto sommato aveva ancora di che essere felice. Quel giovedì l'inverno gli era entrato nelle ossa e la brina aveva lastricato ogni via. Si sarebbe cucinato una grossa pera cotta, con tanto zucchero e cannella. Uno sfizio. Babatunde gli aveva assicurato che sarebbe arrivata una partita di pregiatissime Abate Fetel, provenienti da un minuscolo consorzio nella Valle del Giovenco e aveva promesso di conservargliene una, la più bella. Vincenzo se la pregustava, dolcissima. Una piccola gioia, perfetta per scaldargli l'anima. Nel capannone c'era un gran fermento, ogni bancarella era presa d'assalto e camion di diverse dimensioni si accostavano agli ingressi vomitando bancali su bancali di merce. Invadente e malfermo l'anziano si intrufolava tra la gente, chiedendo scusa e borbottando dei suoi malori. Con una certa decisione riuscì a raggiungere Babatunde. Questo stava discutendo con un ometto incartapecorito e brandiva una pera rugginosa come fosse uno stiletto. "La MIA pera", pensò subito turbato Vincenzo. Senza indugiare oltre l'afferrò, salutò l'amico e voltò le spalle all'omuncolo rissoso. Era soddisfatto, talmente soddisfatto da raddrizzare la schiena e incedere a grandi improbabili falcate. S'era alzato anche il vento e il viottolo che attraversava il parco era diventato un assassino pericoloso. Il sacchettino con dentro la frutta gli urtava il fianco e la gamba gli faceva sempre più male."Peccato non poter correre", sussurrava dominando l'affanno.
- Ridammela! 
Il vecchiaccio del mercato lo aveva pedinato, era facile seguire Vincenzo anche per un vegliardo con il deambulatore.
- Ridammela! Maleducato. Pezzente. 
Urlava trasfigurato dalla fame e dalla gola, si appoggiava al ferro del trasportino e stringeva i pugni fino a far diventare le nocche bianche.
- Incivile arrogante zoticone! Ridammela!
Seguitava.
Vincenzo dapprima paralizzatosi dalla paura, sentì crescere tra le membra stanche l'ardore del soldato. Si inguainò in un'uniforme di speranza e coraggio e affrontò il rivale.
- Era già mia. È mia e me la mangio io.
Si batteva la mano aperta sul petto e affilava lo sguardo di secondo in secondo.
L'altro avanzava. 
Erano naso contro naso. Alito acido contro alito fumoso. Bastone contro deambulatore. 
In silenzio.
Tra loro la pera Abate oscillava nella plastica.
- La vuoi fare cotta?
Chiese disgustato il veterano basso.
- Anche se fosse?
Sbavò Vincenzo.
- È mia.
- Mai!
I due vecchietti iniziarono a strattonarsi e parti di loro scivolarono, saettarono e caddero sul terreno ghiacciato. I pochi capelli di Vincenzo puntavano scomposti verso il cielo e gli occhialini del suo sfidante gli erano finiti sotto il sedere. 
Forse, forse stava vincendo.
La lingua lunga e bianchiccia dell'omino si strofinava sul suo braccio e dei denti in ceramica tentavano di ferirlo. 
Forse, forse avrebbe potuto stordirlo con una pietra. 
Allungò il braccio sinistro. 
Un enorme sforzo. 
Strinse la pietra, tenace. 
Chiamò a raccolta ogni suo muscolo.
Pronto.
Un lampo, uno squarcio, un dolore lancinante gli spaccò il torace.
I nuvoloni neri si fermarono, i suoni anche e lo spirito prima concitato cessò di esserlo. Vincenzo si sentiva svanire, debolissimo. Il cuore gli era diventato pesante e il freddo lo stava ghermendo come le unghie di una strega malvagia.
"Morirò"
Non era pronto. 
- Le pillole...nel panciotto...pillole...
Biascicava all'orecchio del nemico.
- Te la chiamo io l'ambulanza, tranquillo. 
Disse questo raccogliendo la bustina con la pera e ficcandogli in bocca una pasticca per il cuore.
- Mi vendicherò...
Fece in tempo a rispondere Vincenzo, vibrando un ultimo colpo in aria prima di svenire.


di Manuela Paric'
Foto di Emiliano Zanichelli

venerdì 21 marzo 2014

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 19

Titolo di cronaca: "Città fantasma tra silenzi e speranze." 

Ho provato a sperimentarmi con una prosa didascalica, abbiate pazienza.

Questo il mini racconto ispirato: DADEMO.



Dademo è una città fantasma.
A Dademo nessun uomo è libero.
A Dademo nessun uomo è vivo.
Esiste solo Il quartiere. Quattro chilometri quadrati di terra battuta occupati da seggiole.
Nel quartiere ci siano noi.
Noi non abbiamo bisogno di sedie, eppure ce le fanno usare. Aiutano a mantenere l'ordine, dicono.
A Dademo non si replica, si ubbidisce. 
Soprattutto non si dorme e non si sogna. 

Mi hanno ucciso trentadue anni fa, insieme a molti della mia razza.Sono rinato esattamente cinque mesi dopo, pronto per essere uno schiavo. Il vantaggio d'esser morti è quello di non doversi più prendere cura del proprio corpo: non ci ammaliamo, non soffriamo, non uriniamo. Siamo braccianti attivi ventiquattro ore su ventiquattro, il meglio sul mercato. La nostra umanità è soppravvissuta, i ricordi, le emozioni, i pensieri perdurano. La volontà invece è svanita, seppellita sotto chili di carne e neuroni affranti. 
I Signori hanno sempre bisogno di terra, roccia, minerali e materia nera. Costruiscono alloggi, gioielli, oggetti su oggetti. I Signori vendono, barattano e producono. Vogliono tutto. Esistono solo per accumulare cose e conoscenze. Il loro mondo non è molto diverso da quello che era il mio, solo meno confuso. Ci hanno iniettato qualcosa di blu nelle vene e tutto in noi è diventato duro. Ci chiamano le anime di marmo, ma nessuno di noi ha un nome. Non serve. Quando non lavoriamo rimaniamo seduti, in silenzio a guardare le spalle delle spalle degli altri servi a riposo. Ciò che ci circonda è grigio, abbiamo perso i colori nella dipartita, quelli sì. La mancanza di rosso, giallo, verde, si fa sentire. Questo luogo stinto ci entra nella testa e logora i nostri sentimenti ammaccati. Io attendo una crepa, una falla nel sistema perfetto, in me. Non sono mai stato un uomo d'azione, ma ho pazienza e coraggio quanto basta: resto in attesa della mia volontà, la coltivo. Qualche giorno fa stavo scavando nelle miniere a ovest in cerca d'una vena di materia nera. Colpivo la roccia senza sosta, efficiente. Ai miei piedi cadevano pietre e cristalli. Uno di questi, grande come un dito e altrettanto lungo, era rimbalzato sullo scarpone. Mi pareva bello, luminoso e lo desideravo. Prendilo, gridavo nei miei pensieri. Lo voglio, prendilo, è solo un piccolo inutile sasso. Allunga la mano, mettilo in tasca, fallo tuo. Niente, è rimasto a terra a coprirsi di polvere. Ho usato il piccone per altre sei ore, senza sudare. Quando ho preso posto sulla mia seggiola la notte stava già svanendo. Ho desiderato chiudere gli occhi e allungare le gambe e l'ho fatto, senza sforzo. Che strano. Nessuno si è voltato a guardarmi, io sì. Una scossa simile al rumore sordo d'un tamburo mi aveva attraversato. Forse, mi dissi, la prossima volta avrei stretto tra il palmo un cristallo.
Il cambiamento iniziò dalle piccole cose. Sceglievo con cura maniacale la sedia su cui rilassarmi, perché ora mi rilassavo. Facevo ruotare il collo e osservavo il cielo plumbeo e fumoso. In tasca nascondevo decine di minuscole pietruzze e mi allacciavo gli stivali dietro alle caviglie. Avrei voluto di più. Arraffavo e seppellivo ogni cosa che mi sarebbe potuta tornare utile o che mi piacesse. Seguivo la scia dei miei impulsi e sapevo che sarei fuggito, la mia volontà si stava manifestando, morbida e lussuriosa. 
I Signori non badavano a noi anime di marmo, non chiudevano gli accessi agli scivoli e ai condotti che portavano nelle loro città. A Dademo nessuno scappava perché nessuno era vivo, così credevano. Non avevo paura d'esser ferito, i miei desideri erano tornati ma rimanevo comunque insensibile a tutto ciò che mi comportasse sofferenza o fatica. Mi avevano ricreato perfetto. Un piccone, metri di corda, una pila da testa e i miei tesori; questo avevo quando entrai nel tunnel. Era un passaggio utilizzato per trasportare la terra, c'era umido e si scivolava. Sembrava infinito. Quanto distante era la civiltà? Sentivo il bisogno d'essere altrove. Passo dopo passo ero bombardato da immagini della mia famiglia: una figlia, una moglie bionda e una casa accogliente. Rivolevo tutto. La mia poltrona in pelle, le ciabatte pelose e i pavimenti in legno. Tutto.
Camminai per ore, forse giorni, al buio. Ero avvolto da un telo corvino che pareva farsi sempre più spesso. Arrancavo. Il fango si incastrava dentro le suole e mi faceva sprofondare. Il mondo era denso e ogni passo faticoso. Ricordavo il barone di Münchhausen nelle sue imprese oniriche. Arriverò alla luna, recupererò il senno. Non c'era altro oltre me: nessun insetto, nessun animale, nessun rumore. Poi, dal nulla, una porta. Bianchissima. Una porta? L'aprii cauto, una luce abbagliante mi infiammò gli occhi. Colori, ovunque. Io ero sdraiato su un letto e attorno a me c'era una donna, un uomo in camice e una bambina vestita di rosso. Non riuscivo a parlare, che ne era stato della mia fuga?
-E' tornato? - Gracchiò la signorina imbellettata d'oro e cipria.
- Sì, è guarito. -
Il dottore mi prese il mento tra le mani e ispezionò ogni centimetro del mio viso.
- Guarito! -
- Ci saranno ricadute? -
- Lo sa, ci sono sempre col tempo. Ognuno di noi a lungo andare smette di desiderare, di accumulare, di comprare. E' il dazio della vita infinita, una noia dell'evoluzione. -
- E' terribile! Capiterà anche a me? - chiese, continuando a stuzzicare il gigantesco anello che portava all'anulare.
- Io voglio i giocattoli, madre. - si intromise la piccina. Aveva una vocina lamentosa e uno sguardo affilato e adulto.
- Appena papà starà meglio. Vedrai, ti regalerà tutto quello che vuoi. -
La donna sorrise e si lisciò le lunghe unghie smaltate sulle labbra gonfie.
Dove è finita la mia ribellione?
Tra le pieghe del mio portafoglio.
Ne ero lieto, sentivo che oltre Dademo mi aspettavano chilometri di merce da fare mia.
Ero tornato.

di Manuela Paric'

Foto di Luca Moglia

lunedì 10 marzo 2014

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 18

Titolo di giornale: "Ucciso nel cimitero"

e questo il mini racconto...un colore diverso dal solito...

Sulla collina c'erano tre lapidi.
Lì stavo andando.
La luce della luna le avvolgeva e i riflessi sul marmo sembravano lucciole.
In inverno, che idiozia.
C'era un unico cipresso, altissimo. Un gigante nero, un custode. Mi piaceva immaginare su un ramo una civetta e fingere di sentire l'urlo del vento tra le fronde.
Era la notte giusta.
L'aria ghiacciata s'era appoggiata sul sentiero e i sassi scivolavano sotto le mie suole come rivoli d'acqua. Io respiravo con la bocca aperta, a grandi sorsate, ero pronto. Avevo riempito la sacca con un panino e il coltellaccio da macellaio del nonno. Era arrugginito e ritorto, faceva paura. Oltre i cespugli gli animali selvatici stavano cacciando, c'era odore di foglie secche, di fango e d'escrementi. Sulle tombe erano cresciuti rovi ed erbacce. Gli epitaffi erano illeggibili e le tracce dell'uomo lontanissime. 
Continuavo a camminare e pensavo a Giustina. Era buona e ingenua. Abbracciava il mondo con i suoi sorrisi e non aveva paura delle cattive persone, non le vedeva e basta. Aveva fiducia, una fiducia che io non avevo più da quando mi avevano chiamato per riconoscere il suo corpo vessato, torturato e stuprato. L'avevano lasciata con le gambe aperte, a testa in giù, con la faccia schiacciata dentro una pozza d'olio di motore. Era morta mezza nuda e mezza puttana. Odiavo tutti, nessuno meritava di vivere, non le persone, almeno. Ero rimasto a disperarmi per giorni, rifugiato dentro i miei pensieri, lontano da tutto, inerme. Ora invece, avevo un piano. Un progetto terribile, sanguinoso e definitivo. Avrei cancellato ogni traccia di male, tolto ogni speranza e restituito dignità alla terra. I buoni propositi richiedono coraggio, avevo anche quello. Ero abituato a farmi carico delle questioni importanti e sulle spalle portavo il destino del mondo.
Diedi uno strattone alla corda. Carlo, quel bastardo, avanzò trascinando i piedi. Sarebbe stato il primo. Non provava più nemmeno a urlare, i miei pugni gli avevano fatto passare la voglia, avevo spento ogni ribellione. Carlo era uno stronzo. Nato, cresciuto e confermato stronzo. Lo conoscevo da più di vent'anni e non lo sopportavo da altrettanti. Viziato dalla madre che amava, sportivo e bello. Si approfittava dei vecchi e rubava ai poveri. "Tanto son disgraziati", diceva. Aveva rubato anche a me: trenini, merende, fidanzate. Ero contento che fosse il primo.
Una nube grigia coprì la grande luna e in un attimo il buio ci prese. Un breve panico, un battito in più, paura.
E se non avesse funzionato? Non era possibile. Mi ero informato bene, era un buon piano.
Finalmente raggiungemmo la vetta. L'erba sembrava schiacciata dalla grandine e oltre il cipresso si vedevano i "brillori" della città. La mia città. Ne sarebbe rimasta cenere.
Legai Carlo alla lapide più grande, ben stretto. Quattro giri di corda e un calzino in gola. Era tardi, forse le due. Avevo la saliva amara e fame. Mi ero portato l'ultimo pasto: una baguette con la mortadella. La mangiai in fretta, divorai il maiale lasciando che il grasso mi ungesse le labbra e mi sporcasse le dita. Avevo bisogno d'energie, ne ero sicuro.
Carlo mi guardava, piangeva. Forse stava pensando fossi pazzo. Che sciocco
Tirai fuori il coltellaccio e lo vidi sussultare. Sempre più sciocco.
- Non è per te. 
"E per chi allora?" Sembravano dire i suoi occhi sbarrati.
- E' per me.
Era confuso.
No "amico", non ti arresteranno, non ti sto incastrando. Io sono un uomo d'onore, mantengo ciò che prometto.
Le stelle erano allineate. Iniziai a scavare a mani nude, così andava fatto; faceva male.
Carlo aveva smesso di porsi domande, sapeva d'esser spacciato e osservava il cielo.
Pregava?
- Non ti servirà a nulla. Dio è con me stasera.
E lo era.
Mi sistemai nella buca, mi buttai addosso qualche manciata di terra. Era fredda. Anche Carlo tremava, non mi importava.
- Sarai il primo, sarai il mio primo pasto e il mio primo figlio. 
Ora Carlo pareva uscire dalla sua stessa pelle. Il terrore lo attraversava come una ruga profonda e rossa.
- Quando risorgerò. 
Portai la lama arrugginita sotto la mia gola. Incisi, lieve. Non era facile come avevo creduto. Il taglio bruciava e piccole dolci gocce di sangue mi scorrevano lungo il collo. Non era abbastanza, dovevo morire. 
- Cammineremo per le strade e contageremo tutti. Non preoccuparti.
Carlo stava urlando, un rumore sordo filtrava dal calzino.
Che sciocco, pensai ancora e quasi risi.
Sarei rinato più forte. Già mi immaginavo inarrestabile, rinvigorito nello spirito e con un unico modesto e potente obiettivo: divorare, estinguere. Come sarebbe stato assaggiare carne di vecchio o di bambino? Zuccherino, agro? Mi sarebbe piaciuto.
- Metteremo fine a questa umanità corrotta. Ci rialzeremo come putridi zombie e porteremo il furore e la pace. Così accadrà.
Fu violento, presi la rincorsa e mi tagliai la gola. Pochi secondi di dolore inzupparono la mia speranza. Sarei tornato. 
Così credevo.
Passarono i giorni e anche Carlo morì, l'unica vittima. Che sciocco.

di Manuela Paric'

domenica 9 giugno 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 17

Titolo di giornale: Precipita dal balcone, è grave.

e questo il mini racconto...più desolante e meno grottesco del solito...

Tutto attorno la vita non era poi così male. Tutto attorno ma non sopra la sua testa, dentro la sua testa, fra le pieghe dei suoi pensieri, dietro i suoi desideri, sotto chili di sogni inespressi. Non c'erano nemmeno quelli, i sogni. Pesavano e basta, senza manifestarsi. Le parole, le ore, gli avvenimenti si muovevano lentamente davanti agli occhi e sotto i piedi: non riusciva a fare niente. Seduto, appoggiato con il culo grasso sul divano sperava sempre di trovarvi sotto una mina e di esplodere, deflagrare verso una nuova prospettiva: spinto, acceso. Ci provava a volte a sentirsi bene. Si alzava in piedi, evitava di guardarsi allo specchio, dilatava le pupille, allacciava le scarpe da ginnastica e si diceva pronto ad uscire. Non lo faceva, non lo faceva mai. Fuori il sole lo aveva già stancato. Allora ricordava un tempo lontano in cui l'aria sulla pelle gli dava ancora piacere senza farlo sentire imprigionato, costretto in uno spazio non suo, osservato. Ricordava un tempo lontano in cui il mondo, seppur poco, gli assomigliava. Il problema era proprio quello: non si somigliava più. Chi era? Non si era svegliato scarafaggio ma s'era evoluto, giorno dopo giorno, battito dopo battito. Che schifo. Diventato ormai altro da se capiva di non aver più alcuna facoltà di decidere, di prendere la situazione in pugno e cambiare la sua storia. Attendeva, scioccamente, desolato, attendeva lo scoppio. Il boato di una arteria spezzata, il silenzio di un cuore arrestato, la fine. Le persone gli gravitavano attorno più simili a fuochi fatui che a vere comparse e lui rispondeva da grande attore, si faceva corporeo e si palesava, in quel banale intreccio di sorrisi e lamentele richiesto dal bon-ton dell'esistenza. Così, quando in un ultimo atto di coraggio prese il volo dal quinto piano, tutti pensarono ad una perdita momentanea di coscienza, ad un inciampo. Che pena. "Date almeno i miei resti al cane", questo pensò cadendo, proprio questo.

di Manuela Paric'

sabato 8 giugno 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 16

Titolo di giornale: Cadavere di donna rinvenuto in mare.

ed ecco il mini-racconto inerente:

Ogni coscia pesava 50 kg, tutto il resto meno, soprattutto il cervello, dicevano. Attaccata al mento, unta e rossiccia si allungava una barbetta incerta. I pori erano grossi e lui sudava anche solo a pensare. Molto. Dalle narici usciva aria calda e densa, come un animale da stalla, le usava per sottolineare i vari stati del suo umore. Il colore degli occhi non aveva importanza: li teneva stretti e meschini. Quasi nessuno lo aveva mai sentito parlare. Il fatto che avesse undici anni, credevano in molti, lo salvava dalla galera ma lo esponeva in modo crudele alle brutture della vita, di cui lui - certamente - faceva già parte da un pezzo, il pezzo forte.
La madre, una donnina poco più grande di un suo polpaccio, lavorava 20 ore al giorno, si lavava poco e dormiva solo per sopravvivere. Come aveva potuto partorire una tale anomalia? Questo e solo questo si chiedeva la gente ogni qual volta la notava trascinarsi stanca verso casa. Come aveva potuto? La realtà era cosa semplice: il destino di Gigio il gigante era già scritto nel suo profilo tondo, nei suoi calli prematuri e nei pensieri altrui. Sarebbe diventato un mostro, uno di quelli che ammazzano per divertimento, che ti schiacciano come si fa coi ragni. La maestra a scuola nemmeno lo interrogava tanto era convinta del suo futuro. I bambini invece, quando serviva, lo mettevano in porta, lì era una sicurezza: faceva ombra come un baobab e niente e nessuno passava, né giocatori, né pallone, né insulti.
Gigio il gigante viveva la sua esistenza scivolando, senza grazia, sul tempo: era quello che era e tanto gli bastava. Si preparava da mangiare, si lavava i vestiti e si augurava la buona notte. Controllava che la madre respirasse e quando tutto era fermo si dedicava a se stesso: costruiva aeroplanini di carta. Ne faceva di enormi, di veloci, di colorati, di incostanti. Li calcolava tutti, li disegnava, li progettava. Aveva un quadernetto pieno zeppo di numeri e note sull'aerodinamica. Volava, Gigio il gigante sulle coscione mai stanche della sua fantasia. Era pur sempre un bambino e quello gli era rimasto: il volo. Ciò che non sapeva è che i sogni, a volte, fan brutti scherzi, proprio come le persone cattive. Aveva trovato un cartone rugoso, spesso e nero. Duro come la lamiera di un camion e sufficiente per costruire un modello di aereo adatto ad una persona in carne ed ossa. Lo avrebbe portato sulla scogliera per farlo andare, sicuro, incontro all'orizzonte.  Nascosto e vivo, tra le pagine di formule, coltivava la speranza. All'alba di un giorno nuovo si intrufolò nella stanza della madre e, senza svegliarla, la portò via. Sarebbe stata la prima a fuggire nel vento. La prima a salvarsi. Lui, in fondo, aveva solo undici anni, poteva aspettare. La adagiò sul seggiolino di carta, le diede un bacio e spinse, spinse, fino a vederla volare, leggera. Si librava nell'aria, dritta contro il sole. Gigio il gigante, la guardava sparire, felice. Lontana dal lavoro, dalle malelingue, da lui. La osservava planare dolcemente, puntare verso il mare. Piaceva il mare a sua madre. Poi...non la vide più. Mai più.

di Manuela Paric

venerdì 17 maggio 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 15




Titolo di giornale: Uomo smembrato, spunta l´incubo serial killer

ed ecco il mini-racconto inerente:

L'ABILITA'

Guido era un uomo di 40 anni, il sorriso sincero e la pancia pure. Gli importava poco del suo lavoro, spalava merda nelle fattorie, ma non era per quello che non si curava del mestiere, era perché Guido, in tutta onestà, non sapeva fare niente. Non eccelleva in nulla: era un esemplare nella media, la media bassa a voler essere precisi. Guido si svegliava presto, all'alba, non si accorgeva delle venature del cielo, non badava all'arietta pungente che gli solleticava la punta del naso e non pareva interessato a far conversazione. Guido indossava la sua tuta, gli stivaloni e tanto gli bastava.
Tra gli amici non era certo il più cercato, né il più loquace, né il meno. 
Non si accorgeva della buona cucina ma riconosceva quella cattiva. Andava in vacanza a Rimini, all'Elba e in quelle isolette greche dove si beve come spugne e si ritorna stanchi.
Guido non leggeva, amava una donna... si fa per dire e dentro di sé, in un luogo molto distante, sapeva di non avere speranze.
Un giorno, costretto dalle paturnie del suo carburatore, prese l'autobus per andare dalla campagna alla città. Stava seduto, svogliato, fiacco a osservare la strada andare via, pezzo a pezzo, dal finestrino. Fu in quel momento, in quell'esatto momento, che vide parte della sua pelle rimanere attaccata al vetro. Uno scampolo di guancia, un millesimo di carne andato perduto. L'orrore. Il povero Guido era dilaniato dai dubbi. La paura di avere un'esotica malattia incurabile e seri timori sulla sua sopravvivenza lo avevano abbattuto. Sentimenti così violenti e disordinati da poter essere paragonati a feroci trombe d'aria, fenomeni maestosi che ti sconquassano, portandosi via il vecchio e facendo emergere nuovi orizzonti. Era nudo di fronte a se stesso, scarno, forse per la prima volta. Strinse con forza le mani sui braccioli e si accorse, non senza disappunto, di essersi separato di parte dei polpastrelli. C'era in quel forzoso distacco qualcosa di dolce, una malinconia dosata: l'estetica dell'abbandono. Capì - fatto singolare per lui - cosa avrebbe dovuto fare: lasciarsi andare, mettersi in scena, farsi prendere. 
Stava donando una parte di sé al mondo, al mezzo pubblico in quel caso. Stava tramandandosi. Un pensiero folle, intendiamoci, ma c'era, in quella pazzia un postulato profondo, una verità innegabile: Guido era capace di far qualcosa. Era padrone di un'abilità tutta sua: sapeva perdere se stesso, poteva darsi senza riserve e lasciare una traccia, come i poeti, come i geni. Consapevole di quella bravura iniziò a seminare unghie, peli, falangi un po' ovunque. Marcava il territorio. Alle poste si era sbarazzato di un quarto di chiappa, se lo meritavano! Non ricordava d'essere stato più felice, più leggero. Rideva, perdendo un canino. Rideva, salutando un polpaccio. Rideva, dividendo uno stinco.  Rideva di cuore. E a chi lo avrebbe lasciato il cuore? Quello era un bell'impiccio. Alla fine, perché a quella puntava, avrebbe dovuto separarsi anche dal suo muscolo migliore. Sua madre non lo meritava, suo padre era morto da un pezzo e alla scienza non sarebbe interessato. Che farne? Non aveva nostalgia del suo corpo, nessuna sindrome da arto mancante, aveva persino dimenticato con indifferenza il pene nella bocca di una prostituta ma... con il suo cuore, non voleva sbagliare. Per comprendere appieno le potenzialità del suo fisico, sempre più spesso si liberava di parti importanti e inventava nuovi modi per camminare, per parlare, per esistere. Sfiancato da tutta quell'arte e beneficenza, una sera di dicembre decise di dedicarla a se stesso. Respirava appena, sdraiato malamente sul grande divano. A tal punto indolenzito e solo capì di essere vulnerabile, di essere incompleto. Pianse. In televisione vecchi ritrovavano vecchie, bambini abbracciavano nonne e sgualdrine sembravano suore. Pianse. Un uccellino sconfitto dall'inverno volò sul davanzale, finito. Pianse. La luna, gigante, illuminava un cielo vivo e nero. Pianse. Sopraffatto da tutto quel sentire, percepì a stento il distacco, lieto. Vide il suo cuore rotolare sul tappeto, battere un'ultima volta e venire dimenticato. 

di Manuela Paric'

venerdì 26 aprile 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 14


Ripropongo un raccontino scritto tempo fa. Oggi mi è capitato di leggere una testimonianza importante e me lo ha fatto tornare alla mente.

Titolo di giornale: Anoressia e bulimia:le malattie più diffuse tra i giovani

ed ecco il mini-racconto inerente:

"Questa volta l'orrore me lo porto appresso", pensava la bimba guardandosi nello specchio. Ricordava di esser diversa, doveva essersi sbagliata. Le sue guance si gonfiavano ogni volta che le osservava, il culo esplodeva ed una certa tendenza bovina le squarciava l'anima. 
L'ultima volta che si era osservata lo aveva fatto in modo semplice: i capelli neri, gli occhi scuri e l'altezza. Cosa era cambiato? Aveva mangiato troppo. E così lo spazio ed i luoghi che prima la abbracciavano ora la contenevano, ne sopportavano il peso e non ne digerivano l'affanno. Ogni angolo era un angolo infetto, un posto dove esistere malamente. Ogni centimetro del suo corpo era sbagliato. Si piegava e sentiva la pelle sfregare  contro altra pelle e le mancava il fiato. Come poteva amarsi? Un mostro. E se non si amava lei, figuriamoci se l'avrebbero desiderata gli altri. Inaccettabile. Era arrivato il momento di riprendere il controllo, di decidere come vivere. Era invasa da una tale sofferenza che non sapeva da che parte iniziare. Era un dolore profondo, un disagio che andava oltre l'apparenza. Cominciò dalle piccole cose, concentrandosi su quel che poteva, come un vecchio saggio. Ricominciare. Così mise in moto il corpo, lo sigillò dentro i confini di una mente solida e dimagrì. Era potente. Era concentrata, ogni pensiero era rivolto a quel territorio isolato, a quel cadavere. L'intelletto, come una sentinella irreprensibile non le permetteva di muoversi da quella zona fatta di regole, rigore e morte. 
Nello specchio c'era sempre lei: grassa, brutta, deforme. 
All’inizio quando nessuno la guardava divorava in fretta merendine, biscotti, carne congelata, sugo, fino a sentirsi piena, fino a sentirsi scoppiare, fino ad andare oltre il limite concesso a qualsiasi creatura. Erano momenti brevi di disperazione e felicità. Poi tutto diventava impossibile.
La sensazione di essere di troppo e troppo, diveniva insopportabile. Le piaceva svuotarsi dai sensi di colpa, svuotarsi dai timori, ficcarsi due dita in gola e non essere altro. Che utopia. Era sempre in gabbia, sempre sotto controllo. Era potente, doveva ricordarlo. Stare da sola.
Una parte di lei amava Giulio, bellissimo Giulio dagli occhi blu ed il profilo impreciso. 
Un'altra parte lo odiava, disprezzava sentire le sue mani tra le pieghe della carne e lo avrebbe ammazzato tutte le volte che le offriva del cibo. Maledetto infermiere. Seduta sul bordo del letto, si perdeva ad osservare il cielo incastrato tra le finestre. Cercava un modo per fuggire, per correre, per scomparire. Ci stava riuscendo. 

La madre, accasciata allo stipite della porta, piangeva la sua bimba tutt’ossa. La vedeva stanca e la luce, bianca, dell'ospedale ne aumentava il pallore. Non c'era giorno che non si disperasse, che non si incolpasse, che non la stringesse per non farla andare via, per sempre. Non ci sarebbe riuscita.

di Manuela Paric'

lunedì 22 aprile 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 13

Avevamo fatto l'ipotesi di trarre mini-raccontini da fatti di cronaca...

Titolo di giornale: Insegue l'ex moglie e la uccide - Man chases, kills wife on freeway

- Non doveva superarmi. Vacca. Chi si crede di essere, con quel cappellino, imbranata. -

L'uomo accelera. È concentrato. Non c'è traffico, solo quella maledetta macchina prima di lui.

- Ora ti prendo! -

Sta per raggiungerla. Un semaforo lo rallenta, sbraita, tira fuori un braccio peloso dal finestrino e se la prende con ogni Santo. Intanto l'auto verde scompare, dietro una curva.

L'uomo tenta il recupero, fa fischiare le gomme, evita un anziano per puro miracolo. L'anziano cade per terra, rantola, il miracolo è finito.

Le due auto sono ora vicine, la donna è un buon pilota. Tranquilla, velocissima.
L'uomo la odia, guida da quando aveva 11 anni: prima il trattore nei campi neri del nonno, poi un pandino 4 ruote e per finire il successo sulle piste da rally. L'uomo è abituato a vincere. Dà gas.

La donna non esita, scivola sull'asfalto, danza. Svolta a destra, verso la campagna. Lo ignora. Si fa sera. L'aria è bagnata e la nebbia, densa, si alza lungo le rive. Un topolino attraversa la via ed un gufo, ciccione, lo insegue poco convinto fin dentro al bosco.

L'uomo tiene la mano sul cambio. Sa dove sta andando. Mezzo sorriso gli squarcia la guancia. Cambia marcia e sparisce in un viottolo nero alla sua sinistra.  

Alcune case illuminate sembrano stelle. La donna pensa alla cena e a quando si toglierà le scarpe. Manca poco. 

L'uomo ha guidato fortissimo, è sudato. Le mani si stringono sul volante e le nocche gli diventano bianche. Dietro di lui polvere e sassi ricordan le nuvole e fanno il rumore del temporale. Manca poco.

La donna rallenta su un piccolo dosso prima di un incrocio. Un diavolo rosso le taglia la strada, feroce. Felice. E lei non vede più niente. Nemmeno quel palo, quel palo in legno che le entra nel parabrezza e che le passa vicino al cuore. 

L'uomo spegne il motore, corre, vuole vedere. 

E' sua moglie, la sua. Un dolore profondo lo attraversa e lo scuote. Che cosa è accaduto?
La donna ancora si muove, ferita e lo scruta senza fiatare.
Che cosa è accaduto? Ripete l'uomo senza capire.
Gli aveva insegnato lui a guidare.
Gli aveva insegnato bene.
Troppo bene, pensa.

di Manuela Paric'

lunedì 15 aprile 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 12


Avevamo fatto l'ipotesi di trarre mini-raccontini da fatti di cronaca...


Titolo di giornale: Rapina in trattoria, presi anche salami

ed ecco il possibile mini-racconto ....


 - ...e ti ricordi quando ci andavamo ogni giovedì? La sera della trippa? -
- Come no! Certi fagioloni bianchi, lucidi, farinosi, ti ci volevan 3 morsi per mandarli giù. -
- Già...bei tempi. - 
L'uomo con la barba arriccia il naso e gli occhietti, troppo piccoli per il grande viso, spariscono tra due grandi rughe.
- La fanno ancora la trippa il giovedì, sai? -
- Si? Ma con che soldi ci andiamo? Pazienza...sono passati anni, non ci saran più gli stessi fagioli. Cambia tutto.-
- Hai ragione...però, però non è vita questa. -
- Una vita senza trippa? -
- Anche, una vita con troppo poco. -
- Mangia il panino e non lamentarti, finché c'è -
L'uomo con la barba mastica veloce, le briciole si incastrano tra i folti peli, e rimangono appese, incerte, lungo tutti i baffi. E' buffo l'uomo con la barba, e non lo sa.
- Pane e formaggio, e formaggio e pane. Mi verrà la nausea, prima o poi. -
- Vai a letto ora, si esce presto domani. E' giovedì, se troviamo lavoro andiamo a festeggiare. -
- Due piatti di trippa? -
- Certo Salvatore, certo! -
- Ce li meritiamo. -
La notte finisce in fretta, è ancora buio quando i due uomini si alzano, si lavano, si vestono ed escono in cerca di fortuna.

- Io provo dai russi e tu? -
- Mi faccio il giro dei bar lungo il vialone. -

L'uomo con la barba cammina male, la gamba sinistra porta i segni di un brutto incidente. Subito dopo esser stato licenziato aveva provato a fare il muratore, senza successo. Un'impalcatura alta più di due metri gli era caduta sul ginocchio, rovinandolo per sempre. Era un'esistenza grama la sua, per fortuna c'era Salvatore ad aiutarlo. In due non facevano mezzo stipendio, ma almeno si stavan simpatici.

L'uomo con la barba arranca lungo il vialone, il caldo di mezzogiorno si fa sentire così come la sua gamba. Non vuole sprecare 50 centesimi per un bicchier d'acqua, quando con 23 può avere un'intera bottiglia al discount. Deve solo pazientare. Pazientare è il suo motto da molto tempo, purtroppo.

Arrivato al termine della strada ritrova l'amico. Salvatore lo aspetta accasciato ad un palo, la faccia è quella di un uomo che ha fallito, i Russi probabilmente non avevan bisogno, nemmeno loro.
Si trascinano verso il parchetto, in silenzio. Siedono sulle panchine, di fronte ad un grande Pino.

- Come faremo a Natale?-
- Io non ho più parenti.-
- Beato te, io si.-

Si guardano negli occhi e scoppiano a ridere. Sinceri.

La giornata termina come è iniziata, nel buio.

- Sarà già pieno di clienti? -
- Sicuro! La signora Maria sa bene come gestire gli affari...e la sua trippa, è un ottimo affare! -
- Poi il posto è carino, io mi ci sentivo a casa.-
- Ora ci basta un materasso per sentirci a casa.-
- E del formaggio! Non dimenticare il formaggio!-
- La trippa fa bene solo a parlarne!-

Sono seduti per terra, accanto a loro una bottiglia di birra e del pane. La luce è quella di una candela e della luna.

Salvatore scoreggia.

- Stai ancora pensando ai fagioli?-
- Si, andiamo a prenderli! Facciamo i furfanti.-
- Ladri di trippa, non credo sia un grande reato.-
- Quindi andiamo?-
- Andiamo!-

I due si guardano ancora una volta, l'uomo con la barba è più buffo del solito, capita quando fa il serio.

Si vestono di scuro, si imbrattano il volto con la cenere e strisciano fuori nelle tenebre.

- Passami il piede di porco.-
- Non l'ho portato.-
- Passami un sasso.-
- Non faremo rumore?-
- Ormai siam qui, passami il sasso!-

L'uomo con la barba si sistema i pantaloni, si guarda attorno, non trova sassi, solo cemento. Si toglie una scarpa e la porge a Salvatore.

- Tieni.-
- Ma...puzza.-
- Non fare il cretino! Forza, rompi la finestra!-

La finestra va in frantumi, non scattano allarmi.

- Senti che odorino...-
- E' proprio come me lo ricordavo!-
- Guarda in frigorifero!-
- Ce ne è un pentolone!!!-
- Siamo fortunati.-
- Dovremo scaldarla?-
- Non qui!-
- Hai ragione. Ho fame, è il mio stomaco a fare certi pensieri.-
- Lo so, lo so. Prendo il pentolone e ce ne andiamo via. La mangiamo al parchetto, come dei signori.-

L'uomo con la barba inciampa nelle pentole, qualcuno si sveglia al piano superiore. Salvatore afferra qualcosa per difendersi.

- Non ce ne è bisogno, scappiamo!-

Corrono, svelti. La trippa ondeggia nel grande pentolone ed un po' ne cade, lungo la via. Arrivano alla loro panchina, hanno l'affanno. Respirano a pieni polmoni. L'uomo con la barba tira fuori due cucchiai dalle tasche dei pantaloni. Finalmente.

- Che ci fai con quel salame in mano?-, dice stupito a Salvatore.
- Era li, pensavo fosse un mattarello, ho avuto paura!-
- Avevamo detto solo la trippa, ricordi?-
- E' solo un salame, un buon salame.-
- E se ci arrestano? cosa gli diciamo?...volevamo la trippa ma abbiamo trovato un salame? Non ci crederanno. Seguiranno le tracce, le tracce di trippa! Lo senti l'odore? L'abbiamo lasciato ovunque!-

Salvatore si alza, afferra forte il salame e lo spacca sul testone buffo dell'uomo con la barba, che sviene.

- Prenderanno te, al massimo!-

Afferra il pentolone, il cucchiaio e fugge. Affamato.

di Manuela Paric'

mercoledì 10 aprile 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 11



Avevamo fatto l'ipotesi di trarre mini-raccontini da fatti di cronaca...


Titolo di giornale: Stati Uniti: nuovo caso di pedofilia.

ed ora il possibile mini racconto...


La madre piange, è sola. In mano ha un sonaglino azzurro a forma di coniglio, sul pavimento sono abbandonate alcune fotografie e dei disegni, coloratissimi.
Il sole entra, dorato, dalla grande finestra. La televisione è spenta e la primavera odora di buono. Un quotidiano è aperto sul tavolo di vetro e un gatto dorme, beato.

La madre invece piange e tutto intorno muore. Muoiono i segni di succo di frutta lasciati sul divano, muoiono le tracce di tempera sui muri bianchi, muoiono le impronte di piccole guance appiccicate allo specchio, muoiono i fiorellini lasciati a seccare, muore il giorno in un silenzio senza ritorno e senza sogni.

La madre piange mentre il futuro diventa un luogo impossibile ed il presente si trasforma in uno spazio insopportabile. La madre piange, abbracciata a quello che aveva e rimane lì, sospesa, ferma, a trattenere.

La madre piange e si alza, si prepara un caffè. Lui aveva i suoi occhi, il suo sangue, il suo amore. Non si erano amati da subito ma si erano cercati. Lui assetato, lei fertile. Lui piccino, lei desta. 
Avevano imparato a conoscersi: 5 anni di disastri e di conquiste, i 5 anni migliori. La madre li rivuole indietro, tutti, ogni secondo, ogni istante, ogni febbre, ogni incubo, ogni litigio, ogni abbraccio, tutto.
E così piange, piange perché non è Dio, piange perché il destino non esiste e piange perché il mondo è più povero senza il suo bambino, non c'è più scampo.

Il caffè si è raffreddato, il fornello è spento ed una goccia, indecisa, pende dal rubinetto della cucina. 
"La casa è in ordine.", pensa la madre ed una fitta cattiva le ricorda che ha uno stomaco e un cuore.
Il telefono squilla, squilla e squilla. Sono tutti partecipi e curiosi di fronte alla morte. "La mia" pensa la madre, non riconoscendo più nulla di se stessa.
Una zia le ha detto di farsi forza, di attendere, di sopravvivere. Una zia lontana. 
La madre piange, ogni consiglio le sembra inutile.
Non ha intenzione di rimanere ferma ad attendere il cadavere del suo nemico scorrere lungo il fiume. Non vuole vivere di solo dolore. Non cerca la pace.
La madre piange, apre la porta della stanza del figlio, si riempie i polmoni di quell'aria dolce. Una lacrima cade sul tappeto. La madre piange, per qualche minuto rimane sulla soglia, poi entra, si sdraia nel lettino, mette a posto le ciabattine dell'uomo ragno, accende la lampada origami e respira a pieni polmoni, ancora.

Sono passate ore, le cicale hanno smesso di cantare e la notte è scesa, tranquilla.
La madre piange, supera gli scalini che portano alla cantina. In mano ha una corda spessa e lunga. L'umidità le si attacca alla fronte, al sudore, agli occhi gonfi.
Non ha acceso la luce, conosce bene la sua cantina. Prende la corda, la fa passare oltre le travi di sostegno, prepara un cappio.
Si siede sopra una vecchia valigia, fuma una sigaretta. Pensa che la brace sembri una lucciola al buio, al suo bambino piacevano le lucciole, a lei no. Bestie agghindate, scarafaggi, fatine fasulle, demoni. Sono mostruose come l'uomo che gli ha portato via il figlio. Schiaccia la sigaretta, con rabbia, come si fa con le zanzare.
E' pronta. Accende la luce, sistema la vecchia valigia sotto il cappio. Indurisce i muscoli, tiene tesi gli addominali e vi appende un uomo grasso, legato come un salame. Gli occhi di lui implorano una pietà inammissibile. 
La madre piange, immagina il viso del figlio tra le cosce di quell'uomo grasso. 
C'è troppo orrore.
Spinge con il piede la valigia.
Troppo orrore.
Osserva il cadavere del suo nemico dondolare trasportato dalla corrente.
Inaccettabile.

di Manuela Paric'

sabato 6 aprile 2013

Rubrica: dalla cronaca ai mini racconti 10


Avevamo fatto l'ipotesi di trarre mini-raccontini da fatti di cronaca...



Titolo di giornale: Anziano investe e uccide moglie con auto

ed ecco il possibile raccontino...



-La schiaccio! ... stronza!.. Lei e il cane. Quella lurida bestia puzzolente. Peli, peli di cane ovunque. Nel letto, sul tappeto e sulla mia, LA MIA!!... poltrona. -

Il vecchio è seduto dentro la Giulietta azzurra, stringe le mani sul volante, ha appoggiato le stampelle sul sedile del passeggero. Trema. Sono 20 anni che non guida: dall'incidente.
- Tutto questo tempo a sentirmi di troppo. Mi aiutavi, ogni giorno. Mi amavi, premurosa. Mi hai pulito il culo, tagliato le unghie, fatto addormentare. Mi sono sentito come un bambino. Annientato, inutilmente. -
Il vecchio suda, gli fa male la schiena e fatica a tenere le gambe sospese, si aiuta con le dita stanche. Resiste, conosce la moglie, sa che non tarderà.
- "E' stata una disgrazia, non fartene una colpa.", mi dicevi, maledetta, intanto che sfregavi la spugna calda sulle mie ginocchia, ormai inutili. Avevo solo te, solo te. Il mondo si era improvvisamente ristretto, accorciato. Le stanze si erano suddivise in segmenti quadrati liberi o segmenti quadrati occupati. Le carrozzelle impegnano più spazio di un uomo, bisogna farsene una ragione. E' stata dura, e tu c'eri. Mi ricordavi che potevo farcela, insieme a te. Mi ricordavi che ero dimezzato e che tu, più che mai, mi avresti completato. Quanta debolezza in noi. Anche la debolezza è una forma d'amore, a volte. Almeno così pensavo, fino a questa mattina. -
Il vecchio parla da solo, respira a fatica, tradito da una piccola ansia, non è più abituato all'indipendenza. Si slaccia il colletto della camicia con la mano sinistra, l'unghia del pollice gli fa un graffio sul pomo d'Adamo.
"E' Martedì, il giorno della toeletta", pensa infastidito. Ogni cosa gli ricorda lei.
- Chi sono io? -
Guarda i suoi occhi riflessi nello specchietto, non li riconosce, non più. Una volta erano occhi ambiziosi, di un uomo che voleva combattere. Lo erano stati anche quando aveva scoperto di non poter più camminare, ma poi lei, solo lei, li aveva spenti. Si sente soffocare, turbato. La consapevolezza di aver sprecato tutta la vita, la rabbia per essersi fatto trascinare sempre più in basso e l'odio, sono tutto quello che gli rimane.
- La schiaccio! Stronza!! -

- Cosa stai dicendo caro? Cosa ci fai in macchina? ..ti ho cercato ovunque. -

- Ti pensavo. -
Il vecchio non è spaventato da quella inattesa interruzione: è deluso.
- Come mai non sei passata dal vialetto? Ti stavo aspettando. -
- Mi hanno accompagnato, ma tu... - lo osserva accigliata - Dove vuoi andare? Sai bene che non puoi guidare nelle tue condizioni. Vieni, nonnetto...- prova ad aprire la portiera - ...apri, ti accompagno alla tua poltrona, ho tolto i peli! -
- Non farlo. -
- Scusa? -
- Non farlo, non fingere, ho scoperto tutto. -
La donna non capisce, lo osserva colma di apprensione, come una madre.
- Ho trovato la busta, il diario, le medicine. Io so. Non volevi perdermi, lo capisco, ma non mi hai lasciato vivere, mi hai solo fatto invecchiare, sereno. Non ti perdonerò mai. -
Il vecchio accende il motore.
La donna ha cambiato espressione. Lascia cadere ai suoi piedi la borsetta: il rossetto rotola vicino alle ruote, il portafoglio si apre, la foto di famiglia vola via, catturata dal vento. Una metafora, una coincidenza.
- Posso spiegarti!.. -
- Non c'è più nulla che tu possa fare per me, nulla. -
La donna è disperata.
"Non c'è più nulla che tu possa fare per me."
Le parole del marito le rimbalzano dentro la testa, si mescolano tra le sue paure più profonde e la corrodono, in fretta.
- Avrei preferito campare con una mano nelle mutande e l'altra nel naso, ma non così. - urla il vecchio. La gamba è viola, non lo regge. il suo corpo, morbido e abituato alla pigrizia, lentamente scivola dal sedile. Non ha più bisogno di grandi gesti. Si lascia andare.
La donna è sconvolta. Si porta davanti all'auto, allarga le braccia ed implora:
- Uccidimi. -

Vuole avere il controllo, un'ultima volta.

Il vecchio è incastrato, non riesce a spostare le gambe, a muovere i piedi. E' pesante e scivola e accelera e la moglie non c'è più.
Resta solo del sangue sull'asfalto e lui ha perso. Ancora.

di Manuela Paric'