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sabato 27 agosto 2016

IL SOGGIORNO- PARTE PRIMA - Vacanze 2016 - diario di viaggio - tappa 2/3

Siamo arrivati. Il mare luccica, come quello delle canzoni. Il cielo è talmente limpido che fa quasi male agli occhi. L’aria è densa di odori buoni e tutti i problemi sembrano nascosti in sacche invisibili alle nostre spalle. Senj è attraversato dai turisti e dai gabbiani. C’è vita ovunque. Ci fermiamo per fare la spesa, l’esperto camperista individua un posticino lato strada dove parcheggiare.
«C’è una catena, secondo me è un passaggio.»
«Naaaaaa…»
«Secondo me è rischioso.» Rincaro.
«Figuriamoci! Me ne sbatto.» Detto questo si fionda nel supermercato Konzum e fa incetta di maionese. Al suo ritorno lo aspetta una multa da 400 Kune. Non basta per spegnergli il sorriso ma è sufficiente per alimentare la mia nausea (12 tubetti di maionese?).
Il campeggio è pieno, il 14 agosto è un giorno difficile: il primo di vacanza per molti, il penultimo per altri. È un giorno sospeso, non ha la magia della vigilia ed è contaminato dalla mestizia di ferragosto. Giornata grigia d’eccellenza, malinconica come la befana, dolorosa come il compleanno dei 40 anni. Oggi è un dì incerto in cui si ha poco tempo per fare cose e troppo per non farle. Noi dobbiamo aggrappare il camper in un pezzettino di terra sotto il monte e aspettare tempi migliori.
L’esperto camperista muove il dinosauro tra la gente in costume, affianca il ristorantino scoppiettando e segue un uomo storto in maglia blu. Questo sorridente e coriaceo si sbraccia tentando di condurci sotto un ponticello, ma noi siamo altissimi, scrolliamo la schiena curva e barriamo avanzando di pochissimo. Il galoppino ride e la faccia gli sparisce tra un milione di rughe, di lui rimane solo un puntino rognoso e scuro.
Ci sistemiamo, la piazzola è brulla e siamo circondati da italiani.
«Vorremmo…» l’esperto camperista sonda l’uomo in blu «in un secondo momento spostarci verso il mare, possiamo?» Dal grumo grinzoso escono scoppiettando poche parole «Quando libero, tu sposta», dice allargando le braccia e completando il tutto con uno scrollone di spalle decisamente accentuato.
La sera ci raggiunge veloce, sembra d’avere oro tutto attorno, le rocce riflettono i raggi rossi dell’ultimo sole e i rumori sono quieti, mi ricordano quelli di mia madre intenta a lavare i piatti mentre mio padre dorme e le scodelle cozzano leggermente e in sottofondo la televisione è solo un brusio. C’è poesia. Ci sono anche moscerini, tanti moscerini, tutti attorno alla nostra lampada. L’esperto camperista ha una soluzione per tutto, si batte la mano sulla testa, ci penso io afferma categorico. Lo vedo frugare in una antina, mi chiedo se abbia intenzione di frustare gli insettini uno a uno, perseguitandoli con un cordino. Srotola invece un nastro marrone di carta moschicida, non la vedevo da almeno vent’anni. La incolla alla plafoniera e la fa scendere fino a 10 centimetri dal pianale. Ci si attacca subito avvolgendosi braccio e collo. È catturato, si dimena per liberarsi e la colla gli tira la pelle lasciando delle spesse tracce giallastre. Forse la carta moschicida non è stata una buona idea. L’esperto camperista è ancora invischiato, il nastro è sfuggito al suo controllo e lo abbraccia. I capelli ne risentono e io rido.

Al mattino come sciacalli andiamo a ispezionare la spiaggia per vedere se si è liberato qualche posto in riva al mare. CI teniamo molto. Lo troviamo. Come è possibile? L’improvvisa botta di culo mi sconcerta, probabilmente è una fortuna che ci siamo meritati. Oramai nulla ci separa dall’acqua. Ci muniamo di coraggio, forza e buona lena e iniziamo a gonfiare l’isola galleggiante 3 metri per 4. Comprende: 2 lettini, area food con borsa frigo, zona salottino con piscinetta, appositi scomparti per sistemare i cocktails e tendalino ricurvo per mantenere sempre una zona in ombra. È una mostruosità. Un monumento molle e opulento. L’esperto camperista ben saldo su due gambette secche e bianche spinge con vigore la pompa e sbuffa. Piega le ginocchia, dilata le guance, asciuga il sudore, bestemmia e osserva la stanza galleggiante rimanere sempre uguale, rasa al suolo. Mi guarda disperato, mormora non finirà mai e sposta il suo malumore oltre l’orizzonte. 7 camere, 7 fottutissime camere deve gonfiare. Sono sette, sono alla prima. Ripete parlando ai suoi piedi dopo trenta minuti di sforzo sotto il sole di mezzogiorno. Attorno a lui si raduna un capannello di turisti curiosi, lo scrutano e lo additano come fanno i vecchi davanti ai cantieri. Ognuno ha una opinione diversa su come svolgere l’arduo mestiere. Altri si avvicinano, danno rapidi consigli, alcuni si complimentano. I più socievoli offrono dell’acqua. Tutti attendono che la meraviglia venga alla luce. Una famiglia di Neocatecumeni di ritorno da un pellegrinaggio a Medjugorje decide di aiutarci a compiere il miracolo, tre dei loro innumerevoli figli danno il cambio all’esperto camperista che immediatamente si accascia su un masso appuntito. Verso le quattro del pomeriggio l’appartamento marino è pronto per essere varato.
«MANCA!», afferma stravolto l’esperto camperista. Rovista nel cassone, prende metri di cordino e punta verso le rocce a valle. Torna dopo un po’ trascinando un pezzo di litorale, una pietra grande come una colonna gotica. Il novello Sisifo ara l’asfalto e gli occhi sono tutti puntati su di lui. «Ecco l’ancora.» Latra. Ora è pago. Imbraga il macigno e valuta la portanza della canoa. Ci starebbe un applauso. Monta in fretta il kajak elaborato, ha predisposto un’asta (avvolta da cordini) con attaccato un motore elettrico a sua volta collegato a una batteria da macchina. Lo stupore della folla si fa rumoroso. Aggancia il pietrone alla canoa, la canoa al gonfiabile, il gonfiabile a mia figlia e prende il largo. Prenderebbe il largo. Inizia a girare in tondo facendo una fatica pazzesca, qualcosa non funziona. Scende, sposta Rebecca, cambia i nodi, da uno schiaffo all’ancora e riparte. Questa volta zigzaga, evita il molo e trova il mare aperto. Finalmente ci siamo. Io li raggiungo a nuoto. Mi sento in vacanza. Una sensazione che dura all’incirca cinque minuti, salire sul maxi materassino è impossibile una volta che si è in acqua. Mi sbuccio, mi vengono i crampi alle mani e sconfitta nuoto senza sosta per quasi 2 ore. Guardo l’orizzonte e se non fosse per la disidratazione mi scenderebbe una lacrima. «Ti metterò dei cordini ai quali aggrapparti», questo mi dice l’esperto camperista. Di lacrime me ne scendono due.
I giorni che seguono sono fatti di anguria, maschera e boccaglio, sole, acqua ghiacciata e sale. Mia figlia sta mutando in una sirena, io in un pesce e l’esperto camperista in una strana creatura rossa e bianca. Ha sbagliato a darsi la protezione solare ed è diventato a pois: un ginocchio rosso e uno no, una spalla bruciata e un braccio bianco, un tettino arancio e uno trasparente. Appena entra in mare ulula. Probabilmente si sta trasformando.
Nel bene e nel male ci conoscono tutti. Rebecca è stata adottata da una coppia prossima alla pensione, quelli del ristorante ci danno gli avanzi per pescare e l’esperto camperista viene chiamato AMMMOREEE dalla cameriera. Glielo abbaia anche da lontano, appena lo incrocia lo abbraccia e i commensali approvano.  Sembrano fatti l’uno per l’altra.
Mia figlia ha trovato due bimbe di Roma con cui giocare, stanno sul bagnasciuga e si divertono a cercare i sassi più grandi. Questa mania per i sassi grandi mi dà da pensare. Io sono seduta sulla seggiola, le gambe a penzoloni nel mare e leggo senza sosta, gustandomi ogni secondo della ritrovata libertà. Talvolta cambia il vento e il profumo della salsedine è sostituito da quello delle grigliate, della legna che brucia e del buon vino. In questo campeggio mangiare è una cosa seria. L’esperto camperista è invece ritto sul molo con la sua canna, stagliato contro il sole non è più un uomo ma solo un’ombra sottile e bruna, viene da pensare che possa svanire dietro una nube e non esserci più. Lo porterà via il temporale.
Alzo le braccia, stendo le dita una a una e faccio entrare tutta la Croazia sotto la mia pelle.
Accade tutto in un attimo: un grido fende l’aria e si propaga svelto appoggiandosi su ogni millimetro del mia corpo, è un strillo pungente. Qualcosa di cattivo, dolore. È Rebecca che si dispera. Esce dall’acqua, ha la gamba tutta rossa, le altre ragazzine piangono. Mi fa male il polso, mi ha preso la schiena, brucia… dicono. «Mi ha preso tutta.» Afferma Rebecca. Dal sedere al ginocchio ha una serie confusa di segni, rami che si intrecciano e si allungano. Un disegno scarlatto che ricorda un albero di ciliegio. Un ciliegio in fiore, in mare. Qualcosa di impossibile. Considero confusa. L’ustione si estende a tratti sul petto e sulle spalle.
«È stata quell’erba spessa sotto la pietra, mamma. Era viva, mamma.»
Un anemone. Il solito gruppetto di persone ci raggiunge. Un uomo invaso dalla sua barba dice all’esperto camperista di pisciare sopra la ferita. Mia figlia lo ammonisce orripilata, più irrigidita da quell’eventualità che dalla sofferenza. Un donnone con i seni più grandi della sua testa ci consiglia di coprirla di sassi, altri di metterci la nivea, di ributtarla in mare o di usare il ghiaccio. Amuchina, ansima una anziana a distanza. Il cuoco, maschio pratico, d’adipe e villoso, ci raggiunge con metà pomodoro e imbratta tutte le piccine. La cameriera starnazza «AMMMOREEE.»
Faccio stendere Rebecca a pancia in giù e valuto i danni. Lei ha gli occhi lucidi ma resiste. È un pessimo momento, il momento perfetto per rispondere a una telefonata di mia madre. È subito panico. «Provocano attacchi cardiaci nei bambini, andate all’ospedale, fatelo, fallo, come sta? Va meglio? Va peggio? L’ospedale ricordati…» Non riesco a immettermi nella conversazione, la chiudo, controllo in internet le informazioni su aggressioni di anemoni e chiedo alla famiglia romana di darci un passaggio al pronto soccorso. Accettano di buon grado, il padre ingolla l’ultimo boccone di risotto agli scampi, infila le ciabatte e ci conduce alla macchina. Il “nonno temporaneo” gli spiega la strada, è preoccupato, si offre di farci da guida con lo scooter, ma il nostro pilota si batte una mano sul petto e lo rassicura. «Ho capito tutto.»
Ci perdiamo. Arrampichiamo sopra salite che avrebbero bisogno di picchetti, rifacciamo rotonde su rotonde e incrociamo più volte un gruppo di autostoppisti che ci maledice. Il guidatore è un uomo basso, tonico ma con il ventre gonfio, gli occhi neri e i capelli radi ma saldi sulla testa. Fa il calzolaio e ha le nocche piccole e rovinate, dice lui. Ripassa mentalmente le indicazioni che gli sono state offerte, adocchia una croce verde e con un certo sollievo ci fa scendere per andare a parcheggiare all’ombra. La giornata è infernale. Mano nella mano, formando una cordata, io, Rebecca e le sue due amiche ci dirigiamo verso l’ingresso dell’ambulatorio. Ci blocca una scritta in grassetto “ORTOPEDINSKJ”. Notiamo che in vetrina, sono disposti ordinatamente plantari e gomitiere. Pare ci sia anche uno sconto temporaneo del 40%. Un affare. È un negozio. Un maledetto negozio. Ci arrendiamo chiediamo aiuto e recuperiamo una pianta della città. Dopo venti minuti siamo di fronte all’ingresso della clinica. Non mi è ben chiaro se sia un ospedale o un ospizio. C’è un silenzio irreale, donnine con il deambulatore sedute sulle panchine e nessun personale medico. Inseguo un uomo con la faccia e la valigetta da dottore. Mi indica distrattamente di tornare indietro. Alle mie spalle c’è un’unica porta. Busso. Niente. Busso ancora. Nemmeno un segno. Riprovo. Nulla. Stiamo per andare via, desidero rintracciare il tipo con la ventiquattrore e fargli dei gestacci, quando la porta si apre. Ne esce una dottoressa che ne ha come minimo ingoiate altre tre. Probabilmente stava digerendo. Parla solo tedesco è alta come l’Everest e priva di lineamenti. In qualche modo riusciamo a portare a termine la visita, riempie mia figlia di antistaminici e mi fa dieci euro di sconto. Ha svuotato tre portafogli e non ha il resto. Bene. La situazione sembra calmarsi. «Una scappata in farmacia e tante coccole.» Rassicuro ingenuamente Rebecca. Inizia a piovere, dal bitume l’aria risorge compatta e ci avvolge facendoci sentire più bassi. Non vedo l’ora di essere in macchina per farmi del male con l’aria condizionata. Corriamo. Il ciabattino ci aspetta in piedi, sorridente, è una brava persona. Siamo tutti euforici, lo scampato pericolo ci ha ridato vigore. Le ragazze giocano con i propri alluci e io mi accomodo sul sedile e mi abbandono al suo morbido abbraccio. Il romano gira la chiave nel cruscotto, clic. Riprova, clic e clic e clic. L’automobile non parte. La batteria è andata. Troppa aria condizionata, lui ne è certo. Chiude la radio, apre le portiere e gira la chiave, clic.
«Aspettiamo un po’, che così la batteria si ricarica.» Si batte la mano sul petto. Ha capito tutto. Mi sta pigliando per i fondelli? Faccio finta di niente, provo ad andare a ritirare qualche soldo a un bancomat che ovviamente non funziona, passeggio e mi manca il fiato. L’umidità è al 100%. Sono passati circa quindici minuti, il padre di famiglia mi chiama e riprova ad avviare la sua berlina. Clic. Clic. Clic. Dannazione. Attaccati a una ventosa ci sono due smartphone, non funzionanti. Il mio è rimasto in carica in camper. Siamo isolati e nella merda. Trascorre un tempo indefinito. Il ciabattino spera che qualcuno si affianchi alla Rover per avviarla con i cavi. «Sono tutti al mare.» Dico io. Clic. Clic. Clic. Bestemmia in romano. Clic. Clic. Clic. Cede, avvista una pompa di benzina e trotta a chiedere aiuto. Un ometto. Me lo immagino in campagna, con gli zoccoli ai piedi a dirigere le greggi e suonare con le sue tozze dita di fauno melodie antiche. Ci vogliono sei tentativi al cardiopalma prima di risuscitare la vettura.
Nel viaggio di ritorno parliamo di fisco e tasse (mai una gioia), lui guida con una mano sola e frena e accelera senza preavviso. La scogliera è a pochi millimetri da noi e così anche le altre macchine. Ho paura. Artiglio i bordi del sedile e controllo incessantemente lo strapiombo. Come ho potuto non accorgermi prima di questa guida flessibile e deforme? Sorpassa un tedesco e rientra immediatamente per inchiodare prima di un camper austriaco. Compenso. Dico a Rebecca di stare seduta composta e conto ogni singolo chilometro che manca al campeggio. Il camper gira in una stradina e abbiamo di nuovo la visuale libera. L’automobile romba, il calzolaio da gas nonostante difronte a noi, poco distante, ci sia un fuoristrada rosso. «Frena!» Esplodo. Lui fa finta di niente. Si batte la mano sul petto. Ha capito tutto.
Mancano solo 1500 metri.
Arriviamo, bacio la terra sotto i piedi e il mare e il parquet del camper e mia figlia.
Ringrazio.
Ringrazio per il tempo perduto, per l’attesa e per le 100 Kune che mi ha prestato in farmacia.
«Domani facciamo una spaghettata?» Mi chiede.
«Sì, mi farebbe piacere.» Rispondo, ed è vero… ma domani, perché domani è un altro giorno. Oggi no.


mercoledì 24 agosto 2016

VIAGGIO DI ANDATA - Vacanze 2016 - diario di viaggio - tappa 1/3

Quest’anno, complice la mancanza di denaro e il bisogno di assoluto riposo, abbiamo deciso di concederci quindici giorni di vacanza in Croazia, nostro primo amore. Niente di avventuroso, niente di culturale, niente di niente verrebbe da dire.  Solo mare, caldo assassino, odore di scogli bagnati e gente abbronzata che vende pesce fresco e albicocche più che mature. “Niente di niente”, verrebbe proprio da dire così, due settimane fatte di giornate molli come elastici usati e di giorni spesi a rimanere immobili, avvolti in respiri profondi e sedotti da quell’idea di ozio e di sospensione di coscienza che permette di riallinearsi con se stessi e di vivere più a lungo. “Niente di niente” appunto, verrebbe da dire senza alcun dubbio, verrebbe, se non fosse per un dettaglio trascurabile ai più, ma fondamentale per noi: partiamo in camper. Ancora una volta andiamo in camper in Croazia: io, mia figlia e l’esperto camperista, colui che due anni orsono ci aveva condotto generoso e claudicante attraverso una delle più disastrose e bizzarre vacanze mai sperimentate. Da allora dice di essere diventato molto più esperto, anzi un vero esperto. Tutta questa esperienza (noto subito) si riflette anche nella quantità di cose che ha deciso di portarsi dietro e con cui ha stipato tutto il mezzo. Io mi domando: questa volta quante batterie da auto avrà comprato? Due anni fa eravamo arrivati a 6, 7 con quella acquistata a un autogrill sulla scia del “perché non si sa mai”. Ora? Avremo abbastanza energia per dirigere il bestione sulla luna?
Come dicevo, questa volta partiamo preparati. Innanzitutto abbiamo il Tank (confidenzialmente chiamato il trolley della merda) e non saremo più costretti a bizzarre manovre clandestine per svuotare serbatoi maleodoranti. È un grande passo avanti, forse l’unico rilevante. Certo, sono percorsa da un brivido freddo al solo pensiero del primo necessario utilizzo, compiuto in scioltezza tra le piazzole e la brava gente. Ci sono molte cose che mi procurano incertezza quest’anno, l’esperto camperista infatti si è munito di canoa, un kajak giallo canarino nuovo di fiamma. Lo ha modificato con un motore elettrico e con parabordi norvegesi attaccati a bacchi di bamboo. È una imbarcazione di fortuna, tenuta insieme da cordini e speranza. Temo che l’esperto camperista si disperderà in mare e sarà salvato dai delfini o, se fortunato, troverà approdo nella terra delle lumache e lì aspetterà sereno l’inverno. All’esperto camperista piacciono le lumache, va detto.

Oggi abbiamo preparato il camper: borse, borsoni, pinne, maschere, forconi, dieci canne da pesca, ami, amini, ametti, un’isola galleggiante grande come il mio salotto, barbecue a campana, biciclette, esche per calamari, pallone, ventilatore, tavolo, sdraio, seggiolini, materassino, lacci, corde e tiranti, ammennicoli e fantasmi... Sono già stanca. Domani mattina, con 18 ore di ritardo sulla tabella di marcia, partiamo.

Venerdì. La giornata è calda, il cielo sgombro e i negozi sono aperti. Abbiamo ritardato la partenza di qualche altra ora… si sa, le spese dell’ultimo minuto. Sandaletti, altri ami, altri cordini, altro. L’esperto camperista è agitato. Farfuglia cose sconnesse, si alza, si siede, guarda fuori dalla finestra e annuisce soddisfatto. Inforca il vecchio monopattino dei Barbapapà di quando mia figlia aveva 3 anni e inizia a circumnavigare l’isola cucina. Il piede taglia 43 esce dal mezzo e sbatte sul pavimento. L’esperto gira veloce e altrettanto rapidamente ripete a bassa voce la lista delle cose fatte e da fare Pane francese, bigattini, pompa… padella, ahhh la padella… tonno…ma no il tonno lo prendiamo là…
Siamo pronti, saliamo sul camper, ci esplode un’anguria. Bestemmiamo e ritardiamo la partenza di un’altra ora: l’anguria e i suoi semini sono ovunque, sarà un funesto presagio?
L’esperto camperista mi ha assicurato che nulla sfuggirà al suo controllo. Tocco ferro, queste affermazioni così perentorie attirano la sfiga più dell’imminente arrivo della pensione. Ho tutto sotto controllo, così ha detto allargando lentamente il braccio e invitandomi a osservare con maggiore cura il lavoro da lui svolto: cordini ovunque, bisce bianche e nere che avvolgono cose e stritolano e stringono e mettono in sicurezza. Metri di cordini che trasformano il camper in una futuristica tana di ragno. Ne ha altre centinaia di metri nel bagagliaio, per le evenienze. Io ho lo sguardo della vedova nera.

Il motore del vecchio Ford s’agita e romba, sembra parlare ai miei reni di donna afflitta da “quel periodo lì”. Chiudo gli occhi, respiro una boccata di aria calda e sorrido, finalmente siamo usciti dal cancello e abbiamo percorso i nostri primi duecento metri verso le meritate vacanze; ce ne aspettano altri sessantamila.  
Alla prima rotonda, affrontata con coraggio e maestria, il frigorifero si apre vomitando tutto il contenuto nel corridoietto; ai semi di anguria incollati al parquet si aggiungono bucce di cipolla e acini d’uva. Sono tentata di schiacciarne uno, tanto per pareggiare. L’esperto camperista accosta, siamo a un chilometro da casa mia, scende dal mezzo, si sgranchisce le gambe e solerte mi aiuta a sistemare il frigorifero, in mano ha un cordino. L’ennesimo.
Ripartiamo. Sono le 14.30, la giornata continua a essere splendida e infuocata. Imbocchiamo la medesima insidiosa rotonda e la porta del camper si spalanca, esplode come una fucilata e sbarbatta e sembra lasciare entrare tutta Piacenza. Dietro di noi un ciclista bestemmia in dialetto. Sbianco, penso al pericolo scampato e chiudo l’uscio. Sarà un lungo viaggio.

Sono le 21.00. Il mondo vibra, i miei neuroni sono annientati uno a uno e io spero che questa esperienza aiuti anche la mia cellulite. Ora siamo sulle montagne slovene, fuori ci sono solo buio e boschi e finalmente c’è fresco.
«Vieni a vedere che bello! Un daino selvatico, laggiù» urla a mia figlia l’esperto camperista. Ha la voce strozzata dall’euforia. Accelera, non vuole farci perdere la magia di quell’incontro fortuito. Teniamo tutti gli occhi sbarrati, la strada sotto di noi scorre furiosa, in meno di un battito il daino si rivela: maestoso, gigante e di cartone. Indica che a 100 metri c’è un buon ristorante. In effetti ho fame.
Decidiamo di mangiare in camper ma, nonostante la lista, la premura, il piano d’azione e i settecento chili di bagaglio… non abbiamo il coltello. Mordo un salamino e buonanotte.


giovedì 28 agosto 2014

Vacanze 2014. Sesta tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 

Diario di viaggio:  sesta tappa.

24-25-26-27 agosto 2014

Mancano quattro giorni alla fine delle vacanze: uno di camping e il viaggio. Attraversiamo i paesini lungo la costa, pranziamo in trattorie minuscole nascoste nei vicoli, camminiamo su pietroni lucidi e antichi. Ci godiamo il brutto tempo.

I vicini della piazzola accanto sono Italiani. Parlano allungando le vocali e attenuando le doppie. Ogni sera sistemano il camper come se partissero e poi si mettono a cenare su un tavolino minuscolo e traballante, si sorreggono con le forchette. Stanno gobbi. Mangiano parmigiano e pasta e bevono vino. Il marito parla di quanto ha nuotato, di quanto ha pescato, di quanto è bravo. La moglie non lo ascolta mai, annuisce e guarda il piatto. Forse si amano, penso.
Hanno un bambino magro e con la pancia molle. E’ abbronzato solo in viso e i capelli sembrano cresciuti in un sol colpo. Gioca con Rebecca: le ordina di andare a destra e a sinistra, di fare questo e quello. Io gli avrei già ordinato di andarsene via, ma Rebecca è contenta, le basta avere qualcuno con cui correre. E corrono, saettano lungo il prato inseguendo un gatto.
Il micio
Il micio si fa prendere e viene torturato, accarezzato, amato troppo. Io lo ricompenso con tanto cibo.

Ogni tanto ci portiamo verso la spiaggia, il mare è scuro. Il padre del piccolo dittatore riesce sempre a spaventare l’esperto pescatore, che fiacco nutre i pesci sul molo. Gli arriva alle spalle e, senza salutarlo, inizia a parlare di politica. Si fa domande, risponde e si incoraggia. L’esperto pescatore non pesca niente e rimpiange la solitudine dei fiumi.

La sera cuciniamo il polpo. L’esperto pescatore/camperista lo assaggia quando è ancora duro e gommoso. Impreca, si tocca il dente debole e valuta l’ipotesi di sbarazzarsi di ogni tentacolo. Non ha pazienza. Si sta vendicando, dichiara. Ne ha ben donde, sostengo. Io non lo mangio, decide Rebecca. L’allegra famigliola di italiani bussa, loro il polipo lo vogliono. Glielo diamo, vinti.

Il polpo
Il giorno dopo Rebecca sta male, rigurgita bile nel cestino della frutta. (Per fortuna non è colpa del polpo, sarebbe stato un ulteriore smacco.) Passo la giornata a pulire e a guardare cartoni animati di conigli rosa e saltellanti. Il bambino italiano osserva mia figlia da oltre la zanzariera e non si dà pace. Mosso da compassione, l’esperto camperista rintraccia il gattino-troppo-buono e lo porta in cuccetta. Il micio si arrotola tra la sua coda e il braccio di Rebecca. Si addormentano. Mi addormento. L’esperto camperista dorme. Con le prime luci dell’alba giunge un grido. È l’esperto camperista folgorato sulla via di Damasco da un merdone di proporzioni bibliche che il piccolo-minuto-dolce-micetto gli ha piazzato proprio sotto il naso. Come era logico. L’esperto camperista si tira in piedi, barcolla, non capisce nulla. Ha la bocca impastata e il fiato barricato. Bestemmia, non sa che fare e quel che fa, lo fa male. Arrotola il tappeto annientando ogni possibilità di pulirlo, incenerisce il gatto con un uno sguardo e quasi piange.
Deve assolutamente rimettersi a dormire, dico tra me e me. Prendo un sacco della spazzatura, ci infilo il tappeto, prendo anche il gatto e porto entrambi fuori dalla portata dell’esperto camperista. Appena sono da sola rido e una parte di me si congratula con il minuscolo felino.
Sono le 6.00 e un tedesco sta nuotando come se non ci fosse un domani. Io sbadiglio e me ne vergogno. Solo un po’.

L’"incidente" fecale è stato fatale, cambiamo campeggio inseguendo il temporale.
Giardino zen
Appostato sul nuovo lido, solo e triste, l’esperto camperista compone giardini zen per ritrovare quell’equilibrio che non ha mai avuto. Si ferisce uno stinco e tutto pare tornare alla normalità.

Tra la scogliera è il mare c’è un piccolo spiazzo in pianura, un palchetto artificiale costruito per le schiene dei turisti più esigenti. Lì, due individui stanno suonando. Sono un uomo e una donna sui cinquant'anni. Lui ha in grembo una chitarra, indossa una maglia celeste con un simbolo indiano sbiadito impresso sul davanti. Ha pochi capelli, quasi tutti sui lati. Lei è una donna ordinata, stretta in pantaloncini color mattone e camicetta bianca. Sul naso spicca un paio di occhialini severi. Abbraccia una fisarmonica. Sono seduti su sedie rosse e di legno. Di fronte a loro un leggio sottile offre un walzer triste. Il mare gorgoglia e in questo campeggio vuoto si sta per raccontare una storia. Sembra di essere in un film di Kusturica, attendo che un vecchio gitano con un dente solo ruzzoli dall'alto e inizi ballare con le ginocchia alzate. E anche il gomito. Arriva invece un cieco. Ha la barba bianca come il suo bastone. Tiene il tempo.
I suonatori
L’arancio della sua camicia hawaiana mi mette allegria.
L’uomo che suona segue lo spartito tenendo il naso all’insù e più muove le dita sulle corde, più il naso gli diventa rosso e le guance pure. Ha le mani pallide, sembrano mani importanti.
Piano piano simili a granelli di polvere i capeggiatori appaiono e si spargono tra i massi. Stanno in piedi, rigidi ma non indifferenti. Le orecchie tese e negli occhi la speranza che con la musica arrivi anche il sole. Le note vibrano e le teste oscillano. Siamo in ogni tempo. Non è né giorno, né notte. Ammassati tra gli scogli sembriamo dei fantasmi, dei riflessi. “I cattivi non esistono”, mi ha detto una volta un’amica e in questi momenti lo credo davvero. Siamo solo uomini abituati a diverse penombre, incastrati in questa vita indifferente. Rebecca prende un foglio, si mette a terra vicino ai due musicisti e disegna. Credo abbia capito tutto.
Il grigio del cielo sembra quasi metallo. Un coltello d'acciaio. Le nuvole iniziano a buttar giù gocce, piccole e pungenti. Nessuno si muove. Il ritmo aumenta, la melodia si interrompe e i piedi dei musici diventano dei tamburi.  Mi sento primitiva, stranamente felice. La musica avvolge ogni cosa, coperta discreta e calda. Esonda sulla nostra pelle. Una ragazza giunge correndo e inizia a danzare, ruota su se stessa, salta. I capelli le coprono il volto e le braccia si allungano a richiamare la terra.  E’ bello vederla ballare, non so se riuscirò mai a essere così libera. Con lei le note precipitano, si accavallano e si inseguono, veloci. Una corsa allegra e disperata. La donna della fisarmonica si alza, si mette un paio di  occhiali neri da rock star anni 80 e chiede all'esperto campersita di scattarle una fotografia. Sorride e suona. Non sa ancora che verrà con la testa mozzata. Un cane enorme, ricoperto di macchie, sfreccia tra i villeggianti. Avanti e indietro. Le orecchie rimbalzano e il muso sembra fatto di solo naso, morbido e nero. La canzone si fa delicata e il cane piscia.
Lo stinco dell'esperto camperista

Io rifletto su come queste vacanze pigre e ignoranti siano state scandite dalle condizioni meteo. Mi sento vicino agli uomini preistorici e arranco, con clava alla mano, per raggiungere la mia grotta. Il camper, manco a dirlo, è nell’occhio del ciclone. Una scure plumbea di corrente e gelo si è abbattuta su di noi.
L’esperto camperista ci rassicura: “Non ci ribalteremo!”. Ora sì che sono preoccupata. I legni scricchiolano e le sospensioni sobbalzano. Il camper è un tagadà. Per tranquillizzarci, l’esperto camperista gioca con la porta, la sfida. La apre e combatte con il bicipite d’aria che prova a schiacciarlo. Non respira. Mugula, ha il polmone compresso dalle raffiche. Vorrebbe smettere ma l’alluce gli si incastra in una guarnizione e attende rischiando di soffocare. Il vento infuria, non so quale titano abbiamo fatto arrabbiare. Ora cominciamo a parlarci ad alta voce, il resto ce lo dice la natura.
– Facciamo un esempio di fisica…– L’esperto camperista prende una scatola di biscotti, la ribalta e un centinaio di briciole tracimano sul parquet.
– Facciamo finta che questa scatola sia il camper. Vedete questo punto qui? – Ci indica un fiore di vaniglia al centro del parallelepipedo.
– Questo è il baricentro…– Vomita una spiegazione scientifica sui generis e io immagino di essere in un film. Mi vedo con gli occhi dello spettatore da salotto e lo sento dire “Uscite dal quel cazzo di camper! Cretini!”  
Do ascolto allo spettatore da salotto, ingabbio Rebecca in un k-way di 4 taglie più grande e mi porto dentro la tormenta. Fatichiamo a stare in piedi. Non so come si chiami questo ventaccio, se non è la Bora deve essere un suo fratello gemello. Tengo stretta la mano di mia figlia, lei vola. Ha molta paura. Gli alberi si piegano, alcune tende si librano tra le fronde e la spuma del mare ci bagna il viso. Davanti a noi una roulotte tonda e vecchia sibila. Mi ricorda una fisarmonica. Mi chiedo se i due cantori stiano già dormendo o se stiano prendendo appunti per una nuova ballata. Rebecca sussulta, io la stringo forte e insieme avanziamo in questa nuova avventura.

L’aria gira tra le ruote, si infila tra i pannelli, si arrabbia e percuote i finestrini. Come una guerriera vichinga sfonda gli oblò e prova a conquistarci. E’ tutto un boato, uno spingi e trema. Nessuno di noi dormirà fino all'alba.

domenica 24 agosto 2014

Vacanze 2014. Quinta tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 

Diario di viaggio:  quinta tappa.

22-23 agosto 2014


Il nuovo campeggio è verde, semi-montano, con servizi di lusso e puzza. Il vento schiaffeggia tutta la costa e la spiaggia fatta di sassi resiste a stento alla sua violenza. Da queste parti la sabbia sarebbe una disperazione. Rebecca e il camperista esperto decidono di esplorare un boschetto sulla sommità di una piccola collina, accanto a mezzi lunghi più di 7 metri e lussuosi come la casa di uno sceicco. A dire il vero ho cercato qualcuno con il turbante steso al sole. 
Vista da camper
Tornano dopo 2 ore, hanno dei sorrisi giganti a dividergli il volto e nascondono qualcosa dietro al camper.
Mi guardano, li guardo. Gongolano, non gongolo.

«Glielo diciamo alla mamma?» Squittisce Rebecca
«Glielo facciamo vedere!» Sentenzia l’esperto.

Mi obbligano a tenere gli occhi chiusi e mi trascinano fuori.

«Mmmhh che buone…»

Sento l'esperto camperista masticare. Rebecca, entusiasta, si aggrappa al mio vestito e quasi rimango nuda. Apro di scatto gli occhi. Tre secchi colmi di mandorle giacciono a terra.

«Sono mandorle.», affermano.
«Prendine una.», dicono.
«Ce ne sono tante!», gridano.
«Sono velenose mandorle amare.», sussurro.
«Come velenose?», frinisce Rebecca con la voce strozzata e il terrore che l’attraversa.
«Quanto velenose?» Chiede l’esperto camperista tenendosi la mano sullo stomaco.
« Abbastanza velenose.» Alimento la suspence.

Rebecca inizia a piangere, dichiara di averne mangiate tre e ulula avvertendomi che non desidera morire, che è troppo presto. La consolo come solo una madre può. Le dico che ne ha mangiate il limite consentito e la bacio in fronte, sulle guance e sulle manine sudate. Intanto l’esperto camperista si fa sempre più pallido.

«Io ne ho ingerite sei.» Si sbottona finalmente. 
«SEI sono troppe, vero? SEI sono letali? Dove sarà un ospedale?» Salmodia goffamente.

Io non rispondo, lo torturo. Lo salva google. Da interminabili sedute in bagno non lo salva nessuno.

Risalendo
Appena giunti al nuovo camping si ripresenta il problema dei liquami. Non riusciamo a sbarazzarcene nel modo consueto (rivelerò le modalità di scarico solo tramite messaggio privato), stiamo facendo la figura dei coglioni! Ciò nonostante questa ennesima occasione mi ha dato modo di scoprire qualcosa di nuovo. Sono seduta su un muretto accanto ai bagni. Il sole delle 17 illumina la ghiaia e i muretti, ricoprendoli d’oro. Le fronde degli alberi sono stranamente immobili e i rumori attutiti dai miei pensieri. Tre uomini con un trolley di plastica attendono sul piazzale. Hanno addosso l’impazienza mista alla rassegnazione tipica dei pendolari.
Dove stanno andando?
Non ho una risposta. I loro trolley si assomigliano, hanno colori autunnali e linee pratiche. Un quarto uomo raggiunge i tre viaggiatori trainando un valigiotto verde marcio e li saluta complice.
Qui c’è del movimento!
Controllo a destra e poi a sinistra. Nessun binario, treno, controllore. Eppure i tre stazionano, ordinatamente. Sempre più curiosa e poco discreta inizio a stazionare anche io. Finalmente il primo della fila si muove, con un cenno del capo si congeda e si dirige verso la botola degli scarichi e lì svuota il suo trolley. DAMN’T! Non contiene vestiti. La cosa mi illumina e mi disgusta. So già cosa regalare all'esperto camperista per Natale.

La sera ritorna il freddo. Come chiocciole ci rintaniamo nella nostra minuscola casa e ci dedichiamo alle piccole routine. L’esperto camperista prepara le lenze: sbatte la testa contro antine, spigoli, scalette, si punge con ami e coltellini, sanguina. L’esperto camperista è un uomo magro, anche troppo. Ha le occhiaia e non sta mai fermo. Saltella, si scuote manco avesse addosso le mosche e dimentica quel che sta facendo. Sono preoccupata per lui, si sta annientando. Non ce la farà a resistere a queste vacanze.
Rebecca e io fatichiamo a prendere sonno, siamo circondate da tende e tendine e per ogni tenda e tendina c’è un uomo che russa. Stanno dialogando, chi con fare interrogativo, chi fischiando, chi grugnendo.
Ora esco e dirigo l’orchestra!
Non faccio in tempo, arriva la fine del mondo. Il firmamento si spalanca, un lampo imbianca e un fulmine colpisce la montagna. Il boato è assordante, continuo e spaventoso. Io, nota ottimista, come sempre aspetto che un grande macigno ci schiacci rotolando a valle. Non accade nemmeno questa volta, per fortuna. Il tendalino ondeggia con forza e il camper lo segue. Stiamo ballando. La gente che russa ora borbotta. La pioggia si impadronisce di tutto. Provo a dormire con una preghiera stretta in pugno: “fa che l’esperto camperista non esca sotto il diluvio” Rimarrebbe (è certo) immediatamente folgorato.

Dal bar
Al mattino la terra è ancora bagnata, l’odore di umido ha attecchito sugli asciugamani e una decina di persone stanno liberando le tende da litri d’acqua in eccesso. Tutti sembrano stanchi.
Rebecca fa amicizia con una bimba italiana. L’esperto camperista fa amicizia con un esperto sciatore. Io faccio amicizia con il barista. Siamo tutti contenti. Scopro che un vero salto sulla neve deve essere affrontato tenendo gli sci perfettamente inclinati di 48 gradi (???) e che si pesca di più con la carta stagnola che con i vermi. Ordino da bere e mi immergo in me stessa.

Verso le 15 l’esperto pescatore (ex esperto camperista) claudica fino al molo. I bimbi lo seguono come topi. Insieme si mettono a dare la caccia al cacciabile: pesci, polpi, conchiglie. Io rimango sdraiata sotto il sole. Li osservo senza voglia, una palpebra alzata e una no. Si muovono traballanti sugli scogli e scrutano ogni anfratto. L’esperto pescatore cade, è ormai ridotto a un mucchietto di stiracchiate cartilagini senzienti. Io sono felice (che stronza!), sto accumulando appunti su appunti per il nuovo libro. Lui è Bembo.

In questa vacanza i polipi sono degli sfortunati protagonisti.
Dopo quasi due ore di battuta serrata l’esperto cacciatore agguanta un tentacolo. Da sotto  un pietrone bagnato emerge una piovra grande e grigia.  L’esperto pescatore la lancia sull'asfalto. L’animale si difende e spruzza inchiostro ovunque. L’esperto pescatore è nero. La bestia prova a fuggire reggendosi sui tentacoli, sembra fatta da mille serpenti. Mi ricorda la dea Kalì. Un croato le si avvicina e inizia a prenderla a calci. Uno, due, tre calci. Sono tutti  dei barbari. Mi alzo, voglio salvare la creatura. Non faccio in tempo. Sotto gli occhi di mia figlia la piovra viene freddata con una sassata in testa. Rebecca strilla, è disperata. Io squadro con odio l’esperto pescatore.


«Pensavo che poi lo liberassi, il polpo», abbaia la piccina indicando l’esperto pescatore. Il ditino accusatore minaccia più di mille parole. 
«Mi avevi detto che volevi mangiarlo.» Si difende l’esperto pescatore.
«Non te l’avrei fatto vedere, se lo avessi saputo.» Insiste la piccina.


I bagnanti si zittiscono e il molo si trasforma in un palcoscenico. I due protagonisti si rimbeccano a lungo e si scopre che il colpo da maestro dell’esperto pescatore è stato in realtà un colpo di culo di una bimba di 5 anni. Lui ne va comunque fiero. Forse lo perdono, la foga e la noia hanno guidato la sua mano. Amen.

Ceniamo con poco e chiacchieriamo fino a tardi. Verso l’una di notte inizio a passeggiare lungo le viuzze che tagliano il campeggio. In lontananza sento il rumore dei marosi. Ci sono i grilli, instancabili. Ci sono anche le stelle. Accanto alle tende stanno allineate coppie di ciabatte. Cammino tra gente che dorme e che lascia le scarpe sul prato. Considero le vite di tutti. Penso che siamo compagni in questo luogo-non-luogo, accomunati da poco e divisi dal linguaggio. Avanzo, una brezza fresca mi copre le spalle, un gatto mi raggiunge. Vorrei rimanere così, a vagabondare fino all'alba.

giovedì 21 agosto 2014

Vacanze 2014. Quarta tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 

Diario di viaggio:  quarta tappa.

19-20-21 agosto 2014

Siamo giunti a Sukosan. Dovevamo intuirlo dal nome che qualcosa da queste parti non andava: il mare si assottiglia, diventa basso e leggermente paludoso. Eppure...il porticciolo artificiale è pieno di barche e barconi e lungo il litorale spuntano come funghi camping unza-unza.
Il mare è sempre bello
Decidiamo di tornare indietro e stanziare in un mini campeggio che avevamo visto arroccato sotto un ponte, tra due montagne a picco sul mare. Lo raggiungiamo verso le nove di sera. Al mini bar-market-ristorante-disco-tabaccaio-tutto-in-uno stanno servendo dei calamari alla griglia  e in sottofondo suona una musica malinconica, la voce del cantante è profonda e nera, in netto contrasto con le parole piene di K, H e J. Immagino stia raccontando di un amore di guerra o di un naufragio. Non ci stupiamo particolarmente di finire parcheggiati accanto ai cessi e ai bidoni dell’immondizia. Al mattino il 70% dei villeggianti se ne è andato e ci spostiamo in un posto dove respirare meglio e dove essere meglio divorati dagli insetti locali. Avete mai conosciuto una zanzara croata? No? Siete stati fortunati. Io generalmente sopporto le punture con stoico menefreghismo, non questa volta. Qui le chiamano komarac (che già suona minaccioso). Sono aliene. Hanno denti grandi e puntuti come quelli di un vampiro di 90 kg. Questo campeggio è la loro tana, escono al vespro e cacciano per circa due ore. Mietono molte vittime innocenti e tornano nei loro anfratti sazie e panciute. Invisibili e discrete.

In spiaggia ci sono solo allegre famigliole. Quelle italiane sono composte da padre abbronzato che parla di pesca osservando il fondale munito d'occhiale Ray Ban; madre in mini bikini nero, unta come nemmeno le patatine fritte dei MacDonald's possono essere; e bambini inquieti che gettano pietre da un chilo a un metro dai bagnanti. Poi ci sono gli altri, quasi tutti biondi e impegnati a nuotare. Io e Rebecca tentiamo di affogarci a vicenda ma veniamo distratte da un lungo applauso e da gridolini tipici dell'esaltazione. Un uomo sui 55 anni sta camminando in mezzo al mare, è scuro come il cuoio, ha i capelli grigi con ricci che gli scendono lungo le guance. La falcata è fiera e il petto pieno. Tiene il braccio alzato e sulla sommità un enorme polpo lo avvinghia. La folla in mutande lo reclama. Lui li lascia attendere, sembra rallentare. L’euforia aumenta. Io e Rebecca pensiamo che sarebbe bello se il polpo fuggisse con un guizzo o divorasse la mano callosa del suo carnefice. Quindi torniamo ad affogarci.

Scorcio e amicizie
Accampata vicino a noi c'è una combriccola di sportivi austriaci. Sono tutti tiratissimi, magri e nodosi da far sia spavento, sia invidia. Hanno dei polpacci antiproiettile e dei figli che assomigliano a canne di bamboo. Si aggirano in tenuta mimetica, lasciano scoperta più pelle tatuata possibile e scrutano il terreno e le rocce che sovrastano il campeggio. Improvvisamente, appena prima di cena, il padre di famiglia (uomo con il codino e il ciglio affilato) bacia la moglie (donna coi capelli rosso fuoco e spalle pattinabili), ordina al figlio di giocare con dei legni e schizza verso il versante sinistro della montagna. Inizia ad arrampicarsi, veloce quanto uno stambecco in pianura. Ciondola aggrappandosi a massi appuntiti e appoggia i piedi ovunque. Se iniziasse a tessere una tela non ne rimarrei meravigliata. Nel mentre la compagna punta un boschetto di rovi sull'altura opposta, ci si incastra, si punge, ringhia e lo supera, avanza aggrappandosi a dei ramoscelli, strappa ciò che si frappone fra lei e il monte. Raggiunge la nuda pietra e inizia la sua scalata. Arrivano in vetta 30 minuti più tardi, contemporaneamente. Uno a destra, uno a sinistra. Tra loro il vuoto. Si salutano quasi si stessero guardando allo specchio per la prima volta, come  fanno i gatti. Scattano due selfie e slavinano a valle, contenti. Ecco, siamo appostati accanto a una famiglia di pazzi, fossero almeno caduti avrei avuto di che scriverne...
Noi siamo più pacati, sicuramente più imbranati. L'amico camperista si è rotto l'alluce inseguendo una ciabatta, credo sia una maledizione.  

I giorni si susseguono tiepidi e ventosi, la notte arriva ululando e i temporali trasformano le piazzole in acque salmastre. Le tende galleggiano e qualcuno bestemmia. Il mare rimane sempre bellissimo.
Domani ci sposteremo, dovremo anche occuparci delle feci. Credo ci aspettino tempi duri.

martedì 19 agosto 2014

Vacanze 2014. Terza tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 

Diario di viaggio:  terza tappa.

17-18 agosto 2014

Vivere inclinati di 30° ha i suoi vantaggi:
  •           non bisogna spostarsi, si rotola
  •           da sdraiati si combatte il gonfiore alla gambe senza bisogno dei cuscini
  •           non ci si affanna per recuperare le cose, si attendono
  •           il mondo si osserva da una prospettiva insolita e si vede tutto raggrumato in un angolino.
Certo non sono tutte rose e fiori. Ci si ritrova a dormire in ginocchio, sospinti contro le pareti; quando si fa pipì ci si deve tenere come se si stesse scalando l’Everest e cucinare diventa un’impresa da funamboli: ferma quel pentolino!

Eccoci
Da buoni italiani il nostro primo vero pasto “cotto e mangiato” (citazione dotta eh) è stata una pastasciutta. Quale cliché! Ma non potevamo fare altrimenti. Io e Rebecca abbiamo atteso invano che l’esperto pescatore arrivasse con un bel bottino. Purtroppo l’amicizia e la buona volontà non sono bastate: l’esperto pescatore non è riuscito a procacciare alcun cibo. E’ stato bravissimo invece a ferirsi in profondità il pollice della mano destra nel maldestro tentativo di sradicare una patella da uno scoglio; ed è stato decisamente abile nell'inserire, nel medesimo pollice, un amo accompagnato da un pesetto di quasi due etti. Insomma, niente pesce.

Il camping di Povile era meraviglioso. Non c’era nulla, servizi minimi, pochi alberi e un baretto privo quasi di tutto. La vista però era stupefacente.
Ci svegliavamo la mattina con già la salsedine addosso e la voglia di fare niente. Il sole era pallido e debole, e il mare fatto di invisibili cubetti di ghiaccio. Solo la Barbie ha avuto il coraggio di fare il bagno. “Lei tanto è abituata a fingere felicità”, mi ha confessato Rebecca. Così l’abbiamo punita.

Summer Barbie


Questa prima esperienza ci ha insegnato molto.
Ci sono due cose che un camperista deve sempre avere sotto controllo:

  •           Il denaro,
  •           La merda.
Abbiamo perso il dominio di entrambi.

Quando una casa ha le ruote nasce la nuova e impellente questione delle "impellenze". La necessità di sbarazzarsi dei fluidi e degli scarti che l’uomo-parassita produce è una faccenda seria e di primaria importanza. “Voglio un silos, sì lo voglio un silos per riporvi i frutti del mio corpo”, cantavano Elio e le storie tese…ma ce ne vorrebbero almeno tre.

Prima di rimetterci in marcia siamo andati goffamente alla ricerca del “pozzo delle acque scure” (nome suggestivo) e abbiamo compiuto la nostra eroica impresa. Fallendo.

Sequenza passo a passo, come fossimo ancora lì:
L’amico camperista sbaglia subito a leggere un cartello e scarica un quintale di liquame in una piccola grata a cielo aperto. Tenta di rimediare annaffiando il tutto con una canna dell’acqua per far sparire il grosso. Senza farsi notare spruzza del deodorante per ascelle nell'aria e sventola le mani per disperderlo meglio.
Io mi vergogno.
In tutta fretta, inseguiti dal cattivo odore, andiamo a pagare i pernottamenti. Ennesima piccola sciagura, l'ennesimo servizio non offerto: il pago bancomat. Frughiamo nelle borse, nel cruscotto e sotto i tappetini, raccattando 20 euro in monetine da 5, 10 e 20 centesimi. Li offriamo alle cassiere (ormai sanno chi siamo!) e le salutiamo garbatamente. Ci rispondono sghignazzando, stringendoci la mano e bisbigliando Italiansky…per fortuna non aggiungono idiotisky. Ce lo saremmo comunque meritati! Sono belle così sfacciate e l’idea di lasciare un ricordo indelebile, seppure idiota, mi rallegra.


Faraglioni ruvidi e immortali ci hanno osservato fare le valige e sgommare verso sud, nella speranza di trovare il caldo. Lo abbiamo raggiunto 90 Km più a sud. Ora siamo intrappolati in un camping immenso. L’odore di grigliata e abbronzante sovrasta quello dei pini e dei gabinetti. Bambini di ogni nazionalità hanno qualcosa da urlare e l’acqua è oleosa. Amo la Croazia, ne conosco il fascino e l’apprezzo, ma questo luogo pare un girone infernale. Domani scappiamo.
Le gratificazioni non sono comunque mancate: siamo parcheggiati in piano (è già un successo) e sono riuscita a leggere per un'ora di fila. Rebecca era impegnata a costruire un solido fortino con i sassi. Lo innalzava e cadeva...lo re-innalzava e le ricadeva. Un po' rideva e un po'si arrabbiava. L’ho trovata una grande metafora della vita.

Sul molo tre figuri di tre diverse altezze osservavano i bagnanti con fare critico. Dei vigilantes: il signor pancia tonda, il vecchio culo secco e madama collo lungo. Vicini scomodi della porta accanto, esseruncoli curiosi, rapiti non dall'immenso blu ma dalla fauna locale. Nascosti da vistosi occhiali scuri seguivano gli spostamenti dei costumi, dei culi e delle cosce molli di persone qualunque. Non mi stavano simpatici.

Si dorme
Alla sera il camping ha smesso di essere quell'ammasso fastidioso di rumori e odori e si è trasformato in qualcosa di più cimiteriale. Ora sono le 20.30 e ascolto un austriaco che russa. Mi chiedo se le persone si divertano a stare in vacanza, se abbiano ancora qualcosa da dirsi dopo essersi cotte al sole. Se anche le pause non siano un obbligo. Rebecca cade con il gelato in mano e ci scappa da ridere. E' un momento di felicità pura. Passa subito, così come è arrivato. L’austriaco invece russa ancora.

domenica 17 agosto 2014

Vacanze 2014. Seconda tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 



Diario di viaggio:  seconda tappa.

16 agosto 2014

Ieri sera abbiamo mangiato molto, troppo. Grugnendo e biascicando siamo usciti dal ristorante e abbiamo raggiunto il camper. Arrampicarsi sulla pedalina è stato molto difficile: il baricentro era spostato, manco ci avessero riempito le pance con delle ottime pietre. Con soddisfazione ho poi abbandonato il mio corpo sopra il divanetto, terminando di atrofizzare quel che rimaneva dei miei arti e della mia mente. Rebecca, giovane e maledetta, era invece colma di energia, straripava. Teneva le mani sul piccolo ventre gonfio e teso  e mi osservava ridendo, sogghignando anche. Non era stanca e conservava tutta la sua dignità. Io no. Anzi, se ci fossi riuscita avrei anche ruttato e chiesto una cremazione. Il freddo e la cipolla cruda non sono migliori amici.

Inizia la giornata: al mattino la prima sfida è assumere l'aspetto di un essere umano, la seconda attivare una scheda telefonica locale per avere internet a un costo ragionevole.

Seguo le istruzioni diligentemente:
Premere “*” qualche numero, ancora “*” ancora qualche numero
...fatto.
Non va.
Riprovare.
“*” numeri a caso “*”, tento la fortuna.
Non va.
Telefono all'assistenza, poco convinta. L'operatore automatico parla con parole piene di K, H e J. Cerco di captare un "inglesinsky" per cambiare lingua. Lo intercetto. Premo il tasto 7. Funziona. La voce di una signorina russo-londinese mi dice di digitare “*” qualche numero e ancora “*”
...Saluto.
Qualche ora dopo arriva un messaggio:” Welcome to HRphone e dieci righe di K, H, J e asterischi”. Ottimo…ma mi han prosciugato tutti i soldi della scheda. Non importa, sono in vacanza.
Nel mentre si sono fatte le 12.00 e io punto il naso verso il mare. Rispondono nuvoloni neri all'orizzonte. Me ne frego.
Riprendiamo il viaggio.
Lungo la strada che dai monti porta al mare i sassi vengono imbrigliati in reti. I croati sono anche pescatori di sassi, rifletto. Quando ero piccina le frane non venivano preventivamente arginate, soltanto rese manifeste: i viaggiatori erano avvisati del pericolo attraverso segnaletiche caserecce. Usavano dei  cartelli "caduta massi", tutti diversi e dipinti a mano; e se si finiva schiacciati era colpa del guidatore! Loro ti avevano avvertito. 
Immediatamente un ragionamento mi divora. Ma come si fa a schivare un sasso? A prevederlo? A dare il colpo di reni al momento giusto? E' un po' come andare incontro al proprio destino: quando arriva arriva e giunge dall'alto.

C’è la bora, tutto si muove e svolazza. Tranne gli uccelli.
Se il camper fosse più sottile sarebbe una vela, una di quelle giganti che fanno andare le barche veloci come navi spaziali. Ho sempre pensato che il mare fosse simile allo spazio e ora lo intravedo dal finestrino: è una distesa blu e immensa. Stordisce.

Vista dalla "piazzola"
Il vento è terribile. Il guidatore stringe i muscoli sul volante, o almeno immagino che lo stia facendo. Come mi immagino le ruote appiccicarsi all'asfalto, tirare fuori i denti e lottare per rimanere attaccate al suolo.
Piove, nemmeno a dirlo.
Arriviamo fino a un paesino molto turistico, la gente fugge per strada avvolta dai salviettoni. Sono tutti intirizziti e spettinati.  Realizzo che anche in Croazia l'estate quest’anno sembra non essere mai arrivata. Le persone abbronzate sono poche e sono a macchie. Non farò alcuna battuta sulla Dalmazia e sulle macchie, sarebbe sprecata.
Decidiamo di non fermarci. Diamo un’ultima occhiata al porticciolo e a un bimbo che corre sul molo e riprendiamo la via lungo la costa. Il camper si arrampica su strade costruite lungo dei burroni e corre verso la nostra prossima tappa: un gelido campeggio buttato a caso su un golfetto.

Online le previsioni meteo dicono che sopra la mia testa ci sono cicciotti-dolci-nuovolotti sparsi, simili a zucchero filato. Mentono. Dice le bugie anche il titolare del campeggio: "Sistematevi dove volete, c'è posto."
 Riusciamo a parcheggiare il camper quasi a ridosso degli scogli. Sta storto e inclinato. Con un tempismo perfetto le raffiche di vento aumentano e io spero di non rotolare. Sarebbe una fine umiliante.

Fermi, finalmente. Quasi.
Il granchio
Rebecca spalanca la porticina e si proietta giù come un cane curioso e felice. Trotterella tra massi e rocce puntute. Usa la corrente per sostenersi e urla <Peschiamo, peschiamo?>
Io vorrei confezionare i regali di natale, prepararmi una cioccolata calda e leggere. Accenderei anche un camino, lo ammetto. Mi butto addosso un plaid e la seguo. La tempesta ha raggiunto il mare. Gli abissi ruggiscono e in lontananza si intravede l’apocalisse. Quattro ragazzette tedesche si tuffano e non congelano. Il mondo è bello perché è vario. Rebecca prende un granchio e non è un modo di dire. 

Verso le 19 ritorna il sole ma solo per salutare. Due turisti si piazzano con delle seggioline pieghevoli davanti al nostro ingresso. Rimangono seduti per 45 minuti. Immobili. Tengono una birra in mano, senza berla. In testa portano un cappello di lana. Devono essere degli habitué.

La mia piccola cagna nuda sente odore di maschio. Abbaia. La notte sarà lunga e colma di sorprese.

Manuela

sabato 16 agosto 2014

Vacanze 2014. Prima tappa.

Ho deciso di tenere memoria di queste mie prime vacanze in camper. Una memoria sottile come un formaggio fuso e rifuso. Scrivo in fretta, tra una buca e un panino. 


Diario di viaggio:  prima tappa.

15 agosto 2014

Il mezzo
24 h a passo di lumaca. Il camper è un organismo vivente, gorgoglia vibra e si nutre di luce. Ha cavi ovunque, vene collegate a ben 4 cuori di litio e poesia: batterie. Il padrone del mezzo è un esserino previdente, continua a comprare accumulatori e inverter. Li cerca in ogni autogrill. La cosa mi inquieta, temo che prima della fine della vacanza saremo costrette, io e mia figlia, a tornare a casa in treno per fare spazio a tale tecnologia. 

Cane?
Alcuni eventi folli hanno caratterizzato questa prima tappa. Siamo riusciti a beccare un croato in contromano all'uscita dell'autostrada, niente di strano per un croato (conosco la mia discndenza!), se non fosse che andava velocissimo e in retromarcia. Zigzagava tenendo il suo braccio peloso fuori dal finestrino. Lo slittare delle ruote era accompagnato da qualche bestemmia, ne siamo quasi certi.
Al suddetto casello (vicino a trieste) la cassa automatica ci ha dato il resto in franchi. Che fregatura! Abbiamo provato a disfarcene ma tornavano sempre indietro come i cattivi presagi. Infatti poco dopo nuvole grigie hanno oscurato il sole e una pioggia selvaggia ha interrotto il nostro cammino. Ha piovuto, forte e a lungo. Litri di acqua hanno bussato, battuto, picchiato il tetto della nostra micro-casetta e la via, in un "lampo", si è fatta nera come un fiume a mezzanotte. Fermi. Fermi a lato strada, consci della nostra caducità, ci siamo messi a pensare al futuro.
...
Dormiremo tra i monti, è deciso, in Slovenia. Sentiamo già i lupi ululare e il vento calare, per questo e per rasserenarci, divoreremo un intero maialino. (Odiatemi pure) Rebecca canta Fabri Fibra (%£$sgrunt%&) e il mondo sembra quasi un posto normale.

Manuela