domenica 27 ottobre 2019

Amici

Non ci vedevamo da più di 15 anni.
Ci incontriamo per caso al parcheggio del supermercato e decidiamo di andare a cena.
Scegliamo un ristorante messicano. Il locale è colorato, odora di spezie, la musica è alta e molte persone ridono.
Noi, nonostante il grande baccano, parliamo. Stiamo bene.
Improvvisamente, tra un burrito e una crema di fagioli, lui si fa serio. Beve un sorso di birra, deglutisce più volte, mi guarda negli occhi, lungamente.
- Ti voglio confessare una cosa, è ancora un segreto. Una cosa che ho scoperto recentemente e che mi ha cambiato la vita.
"Fa che non voglia vendermi saponi, pentolame, assicurazioni!" Imploro, pronta ad affrontare una ridicola delusione.
- La rivelo a te perché credo tu possa capirmi. Da quando l'ho scoperto il mio modo di gestire le relazioni, soprattutto con le donne, è cambiato. Finalmente mi sento me stesso.
"È omosessuale." Razionalizzo.
Gli sorrido.
- Ho scoperto di essere...
I ritmi etnici impazzano, qualcuno alza i calici e brinda, il locale sembra diventato più piccolo e più chiassoso. Le stoviglie tintinnano, i camerieri corrono e qualcuno si alza per ballare.
- Ho scoperto di essere DOTATO.
Lo guardo.
Mi guarda.
Lo guardo.
Mi guarda e annuisce.
"Ha scoperto di essere dotato?"
- Come? DOTATO? - starnazzo, inghiottendo sette pezzi di carne.
- Ho scoperto di essere D-O-T-A-T-O - ripete solenne.
- Ah, buon per te. Che dire...
- Già.
- E hai scoperto di essere DOTATO a quasi 40 anni? - chiedo con sincero interesse.
- D-O-T-A-T-O
- Sì, ho capito, ma a quasi 40 anni? - sposto la bottiglia di acqua e allungo il collo.
- Ho scoperto di essere D-O-T-A-T-O
"Non mi sente." Realizzo.
- D-O-T-A-T-O, ma ora? come? - mi esprimo lentamente.
- D-O-T-A-T-O - scandisce, spostando l'ingombrante baricentro verso di me.
"Non troppo, uomo." Penso. "Quel baricentro è pericoloso!"
Raccolgo tutte le energie, recupero fiato, stiro l'ugola e urlo... nell'esatto istante in cui la musica svanisce.
- OK, OK, SEI SUPER DOTATO! DOTATOOOO.
Tutto si ferma. Silenzio. Ci stanno fissando. Qualcuno è uscito velocemente dai cessi per darci una guardatina.
Lui ridacchia, si pavoneggia, e mi sussurra - ADOTTATO, ho scoperto di essere, ADOTTATO.

Probabilmente in un B.movie...morivo.

Inverno, notte.
Nel cielo nessuna stella. 
Un vento lieve muove le foglie dei platani e un unico lampione illumina la via come fosse la luna. 
Io sono a letto, stanca. Pensieri morbidi mi stanno portando verso l'oblio. I gatti dormono acciambellati sulla trapunta, il cellulare è spento e tutto è pace. 
BUMBUMBUM 
Un forte rumore interrompe la quiete. 
Ho gli occhi ancora chiusi, il cuore che trema e una intensa sensazione di disagio. "Sarà stato un incubo" penso, come quando si sogna di cadere e si inarca la schiena e ci si sente scimmie e cadaveri contemporaneamente. Decido di non fare niente e provare ad addormentarmi.
BUMBUMBUM 
Improvviso, forte, crudele, il rumore spezza l'aria, ancora. 
I gatti si svegliano e saltano scomposti, elastici e magici. Io scatto in piedi con meno fermezza, accendo la luce e corro verso il salotto. Il baccano non è ancora cessato. Temo sia entrato un animale. "Devo salvarlo". Arrivo in salotto, il rumore smette. Tutto tace. Non capisco. Cerco ovunque la presenza di un intruso, piccolo o grande. Controllo la porta di casa, tremo al pensiero che sia aperta. Impallidisco alla sola idea di dover lottare o supplicare per sopravvivere. Apro tutte le stanze, guardo sotto i tavoli, ricontrollo la porta, scuoto le spalle, faccio un mezzo sorriso e torno a letto. Appoggio la testa sul cuscino e BUMBUMBUM... ancora il rumore. 
Agisco in fretta, al buio. Striscio lungo il corridoio, mi sento nella giungla, in guerra, il pavimento è freddo, quasi umido. Ora, più forte del rumore, nelle orecchie ho i battiti del mio cuore. La bocca è asciutta, ogni senso è allertato. Sono quasi arrivata, esito dietro lo stipite. Il rumore aumenta, si fa più caotico come se qualcuno stesse rompendo della carta, sparpagliando ciottoli, grattando cuscini. Coraggio. Ci vuole coraggio. 
Avanzo. 
Mi allungo. 
Devo vedere. 
Ecco. Il rumore smette. 
Silenzio. 
Accendo la luce, tutto è normale. Ogni cosa è come l'avevo lasciata, anche la notte. Mi sento scema e malata... torno a letto correndo, quasi inseguita, osservata, in pericolo. Mi copro la testa con la coperta e aspetto. Niente. Ma io attendo, fingo di dormire per un tempo lunghissimo. Nulla. La mente inizia a svuotarsi, il corpo si fa molle, le prime immagini confuse di un sogno che sta per nascere mi trascinano via ed eccolo... BUMBUMBUM, il rumore, ancora. 
Questa volta mi rannicchio e lascio che qualsiasi cosa sia si sfoghi. Porta chiusa, gatti nel letto, mazza sul comodino.

martedì 13 agosto 2019

ITALIA BOLLENTE, CERVELLO ASSENTE.



Il mio compagno Jason è nato alle Hawaii da madre cinese e padre giapponese. Ha vissuto in quell'isola a due passi da alberi giganti, spiaggia, mare, delfini, orche, squali... per 40 anni. Poi ha avuto la sfortuna di trovare me: ha agitato la ciabatta e salutato Honolulu, messo in valigia cappotto e pezzi della sua vita ed è atterrato a Malpensa in un freddo pomeriggio di novembre. Un trauma. Ora vive a due passi da pioppi arsi, fiume Po, temutissime zanzare padane, nebbia, inverni. Con l'arrivo dell'estate pensava che le sue giornate avrebbero cambiato direzione: vestiti leggeri, natura rigogliosa, granita e passeggiate lunghe. Illuso. Alle Hawaii è sempre estate, ma un'estate diversa dalla nostra: il caldo infernale è mitigato dalla brezza e i 40 gradi non si raggiungono praticamente mai. Ho scoperto che noi italiani siamo resistenti: abbiamo la pelle forte come il cuoio, le tempie cromate, i calcagni costruiti sui cingoli. A noi l'estate umida, bollente e bastarda ci fa incazzare, molto, moltissimo, ma la gestiamo. Ce la andiamo anche a cercare. L'hawaiano no, non ce la fa. A volte lo trovo sdraiato sul pavimento, immobile, fluido e lunghissimo come un gatto. C'è da dire che quando abbandona la sicurezza dell'amico condizionatore, Piacenza gli riserva delle succulente sorprese. Regali che fatica a dimenticare.

IERI

Io e Jason camminiamo in centro città, il sole è alto, giallo e cattivo. Lui suda, ovunque. Suda talmente tanto che ha i piedi bagnati, lisci come il marmo e non riesce a trattenerli nelle infradito. Gli scivola l'alluce, gli sfugge il tallone, bestemmia in americano e poi perde il mignolo e slitta e slitta ancora. Fuck and fuck. Per questo, come l'ultima delle crocerossine, gli stringo la mano più forte del solito e lo aiuto ad arrancare. È come portare a spasso un aquilone di carne e ossa, un uomo bidimensionale in balia della tormenta. Ridacchio e penso a quanto siamo buffi. Due amanti teneri e sciocchi: io che lo trattengo, lui che non fugge via.  Tutto romantico, certo, come no. La fregatura è dietro l'angolo, o meglio, a portata di panchina. Dopo tutto quello sdrucciolare e quel tira e molla, appoggiare le terga all'ombra ci dovrebbe restituire un minimo di dignità. Dopo circa 37 secondi di meritato riposo, un uomo pingue, arrotolato in una tenuta sportiva lucida e nera si siede accanto a noi. Schiocca la lingua, si asciuga la fronte con un polsino in spugna, giallissimo, uno di quelli che andavano di moda negli anni '80 e si allarga soddisfatto l'elastico dei pantaloni. Ha anche un berretto calato fino a metà fronte, un anello nero e i denti nuovi. Mi viene da chiamarlo Caronte.

- Io non mi permetto eh, ma mi perdoni eh, dovevate fare il contrario, sa? - dice.
- Come scusi? - rispondo, distratta.
- Il contrario. Dovevate fare il contrario! - insiste.
- Ahhh - fingo di capire e mi sposto un pochino. Quel tanto che basta da farlo notare.
Forse puzzo, è un misogino, le donne prosperose lo confondono. Mi controllo l'alito e l'ascella senza farmi notare. Nulla. Con una mossa rapida faccio un check anche delle mutande che, come mi ha insegnato nonna, non si sa mai. Perfette.
- è che sa, certo sa, lei sa, sono gli uomini che vanno con le cinesi. Che fanno quelle robe lì, quelle famiglie arcobaleno, colorate, miste. Non le nostre donne. È un peccato, sa? - Porta l'occhio sul seno, bramoso, - certo che sa, lei sa, così come siete... proprio non vi si può guardare.-
Mi fissa compiaciuto e ride e sorride e schiocca la lingua, di nuovo, come se fossimo compagni di merenda.
- Come scusi? - domando ancora una volta, incredula. 
Jason non comprende l'italiano, mi appoggia una mano sulla coscia e fa un gesto di assenso all'omuncolo maledetto. Un saluto cordiale, una tempistica sciagurata. Caronte sbava.
- Va bene quando nella coppia è la donna quella gialla, ma così, che bisogno c'è, non andiamo bene noi italiani? Fa un po' strano, sa? - si toglie il cappellino, non più di 40 capelli attraversano un cranio perfettamente sferico.
- Ma non mi permetto eh, io no! - continua - Io non sono come quelli che vi odiano a voi stranieri, io dalle cinesine ci vado, contribuisco, sono brave ragazze, sa? E a quelli davanti al supermercato qualche centesimo glielo lascio pure. Ma gli zingari no. Sia chiaro. A lavorare devono andare, mica a rubare a noi gente per bene!- 
Sputazza una rapida sequenza di altri luoghi comuni e slogan mortiferi, quindi si accarezza il testone per lucidare quattro peli fuori posto. 
Vanesio, ignorante, stronzo, e altri epiteti facili da affibbiare scorrono nella mia mente senza una direzione precisa e utile. Troppo semplice. Affilo dunque le armi della mia indignazione, cerco parole taglienti ma istruttive per controbattere a tanta dabbenaggine, assumo una postura dignitosissima e apro bocca.
- Mi ascolti bene... - non faccio in tempo a finire che un piccione obeso, una cicogna, mi batte sul tempo e gli getta una cagata da 200 grammi dritta dritta al centro della fronte. Ahhhh la Provvidenza! In un attimo un fluido colloso e bianchiccio gli cola sul naso e punta dritto dritto verso la bocca. Merda alla merda. L'essere si agita, mugugna, gesticolando mi chiede se ho un fazzolettino. 
Lo ho. 
Glielo mostro.
Riesco a dire - non per lei, sa? - mi inchino, offro il braccetto all'hawaiano e scivolo via.

Ho fatto come il piccione. Un po' me ne rammarico, un po' no. 

_____________________________
Sì, è una storia vera. Purtroppo.

sabato 27 agosto 2016

IL SOGGIORNO- PARTE PRIMA - Vacanze 2016 - diario di viaggio - tappa 2/3

Siamo arrivati. Il mare luccica, come quello delle canzoni. Il cielo è talmente limpido che fa quasi male agli occhi. L’aria è densa di odori buoni e tutti i problemi sembrano nascosti in sacche invisibili alle nostre spalle. Senj è attraversato dai turisti e dai gabbiani. C’è vita ovunque. Ci fermiamo per fare la spesa, l’esperto camperista individua un posticino lato strada dove parcheggiare.
«C’è una catena, secondo me è un passaggio.»
«Naaaaaa…»
«Secondo me è rischioso.» Rincaro.
«Figuriamoci! Me ne sbatto.» Detto questo si fionda nel supermercato Konzum e fa incetta di maionese. Al suo ritorno lo aspetta una multa da 400 Kune. Non basta per spegnergli il sorriso ma è sufficiente per alimentare la mia nausea (12 tubetti di maionese?).
Il campeggio è pieno, il 14 agosto è un giorno difficile: il primo di vacanza per molti, il penultimo per altri. È un giorno sospeso, non ha la magia della vigilia ed è contaminato dalla mestizia di ferragosto. Giornata grigia d’eccellenza, malinconica come la befana, dolorosa come il compleanno dei 40 anni. Oggi è un dì incerto in cui si ha poco tempo per fare cose e troppo per non farle. Noi dobbiamo aggrappare il camper in un pezzettino di terra sotto il monte e aspettare tempi migliori.
L’esperto camperista muove il dinosauro tra la gente in costume, affianca il ristorantino scoppiettando e segue un uomo storto in maglia blu. Questo sorridente e coriaceo si sbraccia tentando di condurci sotto un ponticello, ma noi siamo altissimi, scrolliamo la schiena curva e barriamo avanzando di pochissimo. Il galoppino ride e la faccia gli sparisce tra un milione di rughe, di lui rimane solo un puntino rognoso e scuro.
Ci sistemiamo, la piazzola è brulla e siamo circondati da italiani.
«Vorremmo…» l’esperto camperista sonda l’uomo in blu «in un secondo momento spostarci verso il mare, possiamo?» Dal grumo grinzoso escono scoppiettando poche parole «Quando libero, tu sposta», dice allargando le braccia e completando il tutto con uno scrollone di spalle decisamente accentuato.
La sera ci raggiunge veloce, sembra d’avere oro tutto attorno, le rocce riflettono i raggi rossi dell’ultimo sole e i rumori sono quieti, mi ricordano quelli di mia madre intenta a lavare i piatti mentre mio padre dorme e le scodelle cozzano leggermente e in sottofondo la televisione è solo un brusio. C’è poesia. Ci sono anche moscerini, tanti moscerini, tutti attorno alla nostra lampada. L’esperto camperista ha una soluzione per tutto, si batte la mano sulla testa, ci penso io afferma categorico. Lo vedo frugare in una antina, mi chiedo se abbia intenzione di frustare gli insettini uno a uno, perseguitandoli con un cordino. Srotola invece un nastro marrone di carta moschicida, non la vedevo da almeno vent’anni. La incolla alla plafoniera e la fa scendere fino a 10 centimetri dal pianale. Ci si attacca subito avvolgendosi braccio e collo. È catturato, si dimena per liberarsi e la colla gli tira la pelle lasciando delle spesse tracce giallastre. Forse la carta moschicida non è stata una buona idea. L’esperto camperista è ancora invischiato, il nastro è sfuggito al suo controllo e lo abbraccia. I capelli ne risentono e io rido.

Al mattino come sciacalli andiamo a ispezionare la spiaggia per vedere se si è liberato qualche posto in riva al mare. CI teniamo molto. Lo troviamo. Come è possibile? L’improvvisa botta di culo mi sconcerta, probabilmente è una fortuna che ci siamo meritati. Oramai nulla ci separa dall’acqua. Ci muniamo di coraggio, forza e buona lena e iniziamo a gonfiare l’isola galleggiante 3 metri per 4. Comprende: 2 lettini, area food con borsa frigo, zona salottino con piscinetta, appositi scomparti per sistemare i cocktails e tendalino ricurvo per mantenere sempre una zona in ombra. È una mostruosità. Un monumento molle e opulento. L’esperto camperista ben saldo su due gambette secche e bianche spinge con vigore la pompa e sbuffa. Piega le ginocchia, dilata le guance, asciuga il sudore, bestemmia e osserva la stanza galleggiante rimanere sempre uguale, rasa al suolo. Mi guarda disperato, mormora non finirà mai e sposta il suo malumore oltre l’orizzonte. 7 camere, 7 fottutissime camere deve gonfiare. Sono sette, sono alla prima. Ripete parlando ai suoi piedi dopo trenta minuti di sforzo sotto il sole di mezzogiorno. Attorno a lui si raduna un capannello di turisti curiosi, lo scrutano e lo additano come fanno i vecchi davanti ai cantieri. Ognuno ha una opinione diversa su come svolgere l’arduo mestiere. Altri si avvicinano, danno rapidi consigli, alcuni si complimentano. I più socievoli offrono dell’acqua. Tutti attendono che la meraviglia venga alla luce. Una famiglia di Neocatecumeni di ritorno da un pellegrinaggio a Medjugorje decide di aiutarci a compiere il miracolo, tre dei loro innumerevoli figli danno il cambio all’esperto camperista che immediatamente si accascia su un masso appuntito. Verso le quattro del pomeriggio l’appartamento marino è pronto per essere varato.
«MANCA!», afferma stravolto l’esperto camperista. Rovista nel cassone, prende metri di cordino e punta verso le rocce a valle. Torna dopo un po’ trascinando un pezzo di litorale, una pietra grande come una colonna gotica. Il novello Sisifo ara l’asfalto e gli occhi sono tutti puntati su di lui. «Ecco l’ancora.» Latra. Ora è pago. Imbraga il macigno e valuta la portanza della canoa. Ci starebbe un applauso. Monta in fretta il kajak elaborato, ha predisposto un’asta (avvolta da cordini) con attaccato un motore elettrico a sua volta collegato a una batteria da macchina. Lo stupore della folla si fa rumoroso. Aggancia il pietrone alla canoa, la canoa al gonfiabile, il gonfiabile a mia figlia e prende il largo. Prenderebbe il largo. Inizia a girare in tondo facendo una fatica pazzesca, qualcosa non funziona. Scende, sposta Rebecca, cambia i nodi, da uno schiaffo all’ancora e riparte. Questa volta zigzaga, evita il molo e trova il mare aperto. Finalmente ci siamo. Io li raggiungo a nuoto. Mi sento in vacanza. Una sensazione che dura all’incirca cinque minuti, salire sul maxi materassino è impossibile una volta che si è in acqua. Mi sbuccio, mi vengono i crampi alle mani e sconfitta nuoto senza sosta per quasi 2 ore. Guardo l’orizzonte e se non fosse per la disidratazione mi scenderebbe una lacrima. «Ti metterò dei cordini ai quali aggrapparti», questo mi dice l’esperto camperista. Di lacrime me ne scendono due.
I giorni che seguono sono fatti di anguria, maschera e boccaglio, sole, acqua ghiacciata e sale. Mia figlia sta mutando in una sirena, io in un pesce e l’esperto camperista in una strana creatura rossa e bianca. Ha sbagliato a darsi la protezione solare ed è diventato a pois: un ginocchio rosso e uno no, una spalla bruciata e un braccio bianco, un tettino arancio e uno trasparente. Appena entra in mare ulula. Probabilmente si sta trasformando.
Nel bene e nel male ci conoscono tutti. Rebecca è stata adottata da una coppia prossima alla pensione, quelli del ristorante ci danno gli avanzi per pescare e l’esperto camperista viene chiamato AMMMOREEE dalla cameriera. Glielo abbaia anche da lontano, appena lo incrocia lo abbraccia e i commensali approvano.  Sembrano fatti l’uno per l’altra.
Mia figlia ha trovato due bimbe di Roma con cui giocare, stanno sul bagnasciuga e si divertono a cercare i sassi più grandi. Questa mania per i sassi grandi mi dà da pensare. Io sono seduta sulla seggiola, le gambe a penzoloni nel mare e leggo senza sosta, gustandomi ogni secondo della ritrovata libertà. Talvolta cambia il vento e il profumo della salsedine è sostituito da quello delle grigliate, della legna che brucia e del buon vino. In questo campeggio mangiare è una cosa seria. L’esperto camperista è invece ritto sul molo con la sua canna, stagliato contro il sole non è più un uomo ma solo un’ombra sottile e bruna, viene da pensare che possa svanire dietro una nube e non esserci più. Lo porterà via il temporale.
Alzo le braccia, stendo le dita una a una e faccio entrare tutta la Croazia sotto la mia pelle.
Accade tutto in un attimo: un grido fende l’aria e si propaga svelto appoggiandosi su ogni millimetro del mia corpo, è un strillo pungente. Qualcosa di cattivo, dolore. È Rebecca che si dispera. Esce dall’acqua, ha la gamba tutta rossa, le altre ragazzine piangono. Mi fa male il polso, mi ha preso la schiena, brucia… dicono. «Mi ha preso tutta.» Afferma Rebecca. Dal sedere al ginocchio ha una serie confusa di segni, rami che si intrecciano e si allungano. Un disegno scarlatto che ricorda un albero di ciliegio. Un ciliegio in fiore, in mare. Qualcosa di impossibile. Considero confusa. L’ustione si estende a tratti sul petto e sulle spalle.
«È stata quell’erba spessa sotto la pietra, mamma. Era viva, mamma.»
Un anemone. Il solito gruppetto di persone ci raggiunge. Un uomo invaso dalla sua barba dice all’esperto camperista di pisciare sopra la ferita. Mia figlia lo ammonisce orripilata, più irrigidita da quell’eventualità che dalla sofferenza. Un donnone con i seni più grandi della sua testa ci consiglia di coprirla di sassi, altri di metterci la nivea, di ributtarla in mare o di usare il ghiaccio. Amuchina, ansima una anziana a distanza. Il cuoco, maschio pratico, d’adipe e villoso, ci raggiunge con metà pomodoro e imbratta tutte le piccine. La cameriera starnazza «AMMMOREEE.»
Faccio stendere Rebecca a pancia in giù e valuto i danni. Lei ha gli occhi lucidi ma resiste. È un pessimo momento, il momento perfetto per rispondere a una telefonata di mia madre. È subito panico. «Provocano attacchi cardiaci nei bambini, andate all’ospedale, fatelo, fallo, come sta? Va meglio? Va peggio? L’ospedale ricordati…» Non riesco a immettermi nella conversazione, la chiudo, controllo in internet le informazioni su aggressioni di anemoni e chiedo alla famiglia romana di darci un passaggio al pronto soccorso. Accettano di buon grado, il padre ingolla l’ultimo boccone di risotto agli scampi, infila le ciabatte e ci conduce alla macchina. Il “nonno temporaneo” gli spiega la strada, è preoccupato, si offre di farci da guida con lo scooter, ma il nostro pilota si batte una mano sul petto e lo rassicura. «Ho capito tutto.»
Ci perdiamo. Arrampichiamo sopra salite che avrebbero bisogno di picchetti, rifacciamo rotonde su rotonde e incrociamo più volte un gruppo di autostoppisti che ci maledice. Il guidatore è un uomo basso, tonico ma con il ventre gonfio, gli occhi neri e i capelli radi ma saldi sulla testa. Fa il calzolaio e ha le nocche piccole e rovinate, dice lui. Ripassa mentalmente le indicazioni che gli sono state offerte, adocchia una croce verde e con un certo sollievo ci fa scendere per andare a parcheggiare all’ombra. La giornata è infernale. Mano nella mano, formando una cordata, io, Rebecca e le sue due amiche ci dirigiamo verso l’ingresso dell’ambulatorio. Ci blocca una scritta in grassetto “ORTOPEDINSKJ”. Notiamo che in vetrina, sono disposti ordinatamente plantari e gomitiere. Pare ci sia anche uno sconto temporaneo del 40%. Un affare. È un negozio. Un maledetto negozio. Ci arrendiamo chiediamo aiuto e recuperiamo una pianta della città. Dopo venti minuti siamo di fronte all’ingresso della clinica. Non mi è ben chiaro se sia un ospedale o un ospizio. C’è un silenzio irreale, donnine con il deambulatore sedute sulle panchine e nessun personale medico. Inseguo un uomo con la faccia e la valigetta da dottore. Mi indica distrattamente di tornare indietro. Alle mie spalle c’è un’unica porta. Busso. Niente. Busso ancora. Nemmeno un segno. Riprovo. Nulla. Stiamo per andare via, desidero rintracciare il tipo con la ventiquattrore e fargli dei gestacci, quando la porta si apre. Ne esce una dottoressa che ne ha come minimo ingoiate altre tre. Probabilmente stava digerendo. Parla solo tedesco è alta come l’Everest e priva di lineamenti. In qualche modo riusciamo a portare a termine la visita, riempie mia figlia di antistaminici e mi fa dieci euro di sconto. Ha svuotato tre portafogli e non ha il resto. Bene. La situazione sembra calmarsi. «Una scappata in farmacia e tante coccole.» Rassicuro ingenuamente Rebecca. Inizia a piovere, dal bitume l’aria risorge compatta e ci avvolge facendoci sentire più bassi. Non vedo l’ora di essere in macchina per farmi del male con l’aria condizionata. Corriamo. Il ciabattino ci aspetta in piedi, sorridente, è una brava persona. Siamo tutti euforici, lo scampato pericolo ci ha ridato vigore. Le ragazze giocano con i propri alluci e io mi accomodo sul sedile e mi abbandono al suo morbido abbraccio. Il romano gira la chiave nel cruscotto, clic. Riprova, clic e clic e clic. L’automobile non parte. La batteria è andata. Troppa aria condizionata, lui ne è certo. Chiude la radio, apre le portiere e gira la chiave, clic.
«Aspettiamo un po’, che così la batteria si ricarica.» Si batte la mano sul petto. Ha capito tutto. Mi sta pigliando per i fondelli? Faccio finta di niente, provo ad andare a ritirare qualche soldo a un bancomat che ovviamente non funziona, passeggio e mi manca il fiato. L’umidità è al 100%. Sono passati circa quindici minuti, il padre di famiglia mi chiama e riprova ad avviare la sua berlina. Clic. Clic. Clic. Dannazione. Attaccati a una ventosa ci sono due smartphone, non funzionanti. Il mio è rimasto in carica in camper. Siamo isolati e nella merda. Trascorre un tempo indefinito. Il ciabattino spera che qualcuno si affianchi alla Rover per avviarla con i cavi. «Sono tutti al mare.» Dico io. Clic. Clic. Clic. Bestemmia in romano. Clic. Clic. Clic. Cede, avvista una pompa di benzina e trotta a chiedere aiuto. Un ometto. Me lo immagino in campagna, con gli zoccoli ai piedi a dirigere le greggi e suonare con le sue tozze dita di fauno melodie antiche. Ci vogliono sei tentativi al cardiopalma prima di risuscitare la vettura.
Nel viaggio di ritorno parliamo di fisco e tasse (mai una gioia), lui guida con una mano sola e frena e accelera senza preavviso. La scogliera è a pochi millimetri da noi e così anche le altre macchine. Ho paura. Artiglio i bordi del sedile e controllo incessantemente lo strapiombo. Come ho potuto non accorgermi prima di questa guida flessibile e deforme? Sorpassa un tedesco e rientra immediatamente per inchiodare prima di un camper austriaco. Compenso. Dico a Rebecca di stare seduta composta e conto ogni singolo chilometro che manca al campeggio. Il camper gira in una stradina e abbiamo di nuovo la visuale libera. L’automobile romba, il calzolaio da gas nonostante difronte a noi, poco distante, ci sia un fuoristrada rosso. «Frena!» Esplodo. Lui fa finta di niente. Si batte la mano sul petto. Ha capito tutto.
Mancano solo 1500 metri.
Arriviamo, bacio la terra sotto i piedi e il mare e il parquet del camper e mia figlia.
Ringrazio.
Ringrazio per il tempo perduto, per l’attesa e per le 100 Kune che mi ha prestato in farmacia.
«Domani facciamo una spaghettata?» Mi chiede.
«Sì, mi farebbe piacere.» Rispondo, ed è vero… ma domani, perché domani è un altro giorno. Oggi no.


mercoledì 24 agosto 2016

VIAGGIO DI ANDATA - Vacanze 2016 - diario di viaggio - tappa 1/3

Quest’anno, complice la mancanza di denaro e il bisogno di assoluto riposo, abbiamo deciso di concederci quindici giorni di vacanza in Croazia, nostro primo amore. Niente di avventuroso, niente di culturale, niente di niente verrebbe da dire.  Solo mare, caldo assassino, odore di scogli bagnati e gente abbronzata che vende pesce fresco e albicocche più che mature. “Niente di niente”, verrebbe proprio da dire così, due settimane fatte di giornate molli come elastici usati e di giorni spesi a rimanere immobili, avvolti in respiri profondi e sedotti da quell’idea di ozio e di sospensione di coscienza che permette di riallinearsi con se stessi e di vivere più a lungo. “Niente di niente” appunto, verrebbe da dire senza alcun dubbio, verrebbe, se non fosse per un dettaglio trascurabile ai più, ma fondamentale per noi: partiamo in camper. Ancora una volta andiamo in camper in Croazia: io, mia figlia e l’esperto camperista, colui che due anni orsono ci aveva condotto generoso e claudicante attraverso una delle più disastrose e bizzarre vacanze mai sperimentate. Da allora dice di essere diventato molto più esperto, anzi un vero esperto. Tutta questa esperienza (noto subito) si riflette anche nella quantità di cose che ha deciso di portarsi dietro e con cui ha stipato tutto il mezzo. Io mi domando: questa volta quante batterie da auto avrà comprato? Due anni fa eravamo arrivati a 6, 7 con quella acquistata a un autogrill sulla scia del “perché non si sa mai”. Ora? Avremo abbastanza energia per dirigere il bestione sulla luna?
Come dicevo, questa volta partiamo preparati. Innanzitutto abbiamo il Tank (confidenzialmente chiamato il trolley della merda) e non saremo più costretti a bizzarre manovre clandestine per svuotare serbatoi maleodoranti. È un grande passo avanti, forse l’unico rilevante. Certo, sono percorsa da un brivido freddo al solo pensiero del primo necessario utilizzo, compiuto in scioltezza tra le piazzole e la brava gente. Ci sono molte cose che mi procurano incertezza quest’anno, l’esperto camperista infatti si è munito di canoa, un kajak giallo canarino nuovo di fiamma. Lo ha modificato con un motore elettrico e con parabordi norvegesi attaccati a bacchi di bamboo. È una imbarcazione di fortuna, tenuta insieme da cordini e speranza. Temo che l’esperto camperista si disperderà in mare e sarà salvato dai delfini o, se fortunato, troverà approdo nella terra delle lumache e lì aspetterà sereno l’inverno. All’esperto camperista piacciono le lumache, va detto.

Oggi abbiamo preparato il camper: borse, borsoni, pinne, maschere, forconi, dieci canne da pesca, ami, amini, ametti, un’isola galleggiante grande come il mio salotto, barbecue a campana, biciclette, esche per calamari, pallone, ventilatore, tavolo, sdraio, seggiolini, materassino, lacci, corde e tiranti, ammennicoli e fantasmi... Sono già stanca. Domani mattina, con 18 ore di ritardo sulla tabella di marcia, partiamo.

Venerdì. La giornata è calda, il cielo sgombro e i negozi sono aperti. Abbiamo ritardato la partenza di qualche altra ora… si sa, le spese dell’ultimo minuto. Sandaletti, altri ami, altri cordini, altro. L’esperto camperista è agitato. Farfuglia cose sconnesse, si alza, si siede, guarda fuori dalla finestra e annuisce soddisfatto. Inforca il vecchio monopattino dei Barbapapà di quando mia figlia aveva 3 anni e inizia a circumnavigare l’isola cucina. Il piede taglia 43 esce dal mezzo e sbatte sul pavimento. L’esperto gira veloce e altrettanto rapidamente ripete a bassa voce la lista delle cose fatte e da fare Pane francese, bigattini, pompa… padella, ahhh la padella… tonno…ma no il tonno lo prendiamo là…
Siamo pronti, saliamo sul camper, ci esplode un’anguria. Bestemmiamo e ritardiamo la partenza di un’altra ora: l’anguria e i suoi semini sono ovunque, sarà un funesto presagio?
L’esperto camperista mi ha assicurato che nulla sfuggirà al suo controllo. Tocco ferro, queste affermazioni così perentorie attirano la sfiga più dell’imminente arrivo della pensione. Ho tutto sotto controllo, così ha detto allargando lentamente il braccio e invitandomi a osservare con maggiore cura il lavoro da lui svolto: cordini ovunque, bisce bianche e nere che avvolgono cose e stritolano e stringono e mettono in sicurezza. Metri di cordini che trasformano il camper in una futuristica tana di ragno. Ne ha altre centinaia di metri nel bagagliaio, per le evenienze. Io ho lo sguardo della vedova nera.

Il motore del vecchio Ford s’agita e romba, sembra parlare ai miei reni di donna afflitta da “quel periodo lì”. Chiudo gli occhi, respiro una boccata di aria calda e sorrido, finalmente siamo usciti dal cancello e abbiamo percorso i nostri primi duecento metri verso le meritate vacanze; ce ne aspettano altri sessantamila.  
Alla prima rotonda, affrontata con coraggio e maestria, il frigorifero si apre vomitando tutto il contenuto nel corridoietto; ai semi di anguria incollati al parquet si aggiungono bucce di cipolla e acini d’uva. Sono tentata di schiacciarne uno, tanto per pareggiare. L’esperto camperista accosta, siamo a un chilometro da casa mia, scende dal mezzo, si sgranchisce le gambe e solerte mi aiuta a sistemare il frigorifero, in mano ha un cordino. L’ennesimo.
Ripartiamo. Sono le 14.30, la giornata continua a essere splendida e infuocata. Imbocchiamo la medesima insidiosa rotonda e la porta del camper si spalanca, esplode come una fucilata e sbarbatta e sembra lasciare entrare tutta Piacenza. Dietro di noi un ciclista bestemmia in dialetto. Sbianco, penso al pericolo scampato e chiudo l’uscio. Sarà un lungo viaggio.

Sono le 21.00. Il mondo vibra, i miei neuroni sono annientati uno a uno e io spero che questa esperienza aiuti anche la mia cellulite. Ora siamo sulle montagne slovene, fuori ci sono solo buio e boschi e finalmente c’è fresco.
«Vieni a vedere che bello! Un daino selvatico, laggiù» urla a mia figlia l’esperto camperista. Ha la voce strozzata dall’euforia. Accelera, non vuole farci perdere la magia di quell’incontro fortuito. Teniamo tutti gli occhi sbarrati, la strada sotto di noi scorre furiosa, in meno di un battito il daino si rivela: maestoso, gigante e di cartone. Indica che a 100 metri c’è un buon ristorante. In effetti ho fame.
Decidiamo di mangiare in camper ma, nonostante la lista, la premura, il piano d’azione e i settecento chili di bagaglio… non abbiamo il coltello. Mordo un salamino e buonanotte.


martedì 8 marzo 2016

DICONO NO

Questa mattina mi sono alzata tardi, ho i capelli incollati alla fronte, gli occhi acquosi e i riflessi lenti. Davanti al supermercato uno sconosciuto mi offre un minuscolo mazzetto di mimose. Sorrido, ringrazio e declino l'offerta. Si avvicina mi incastra i fiori tra le mani, mi bacia sulla bocca e mi palpa il culo. Poi corre via. Deve bruciare.


DICONO NO
Belle, Bellissime, brutte e grasse, vecchie, troppo giovani, con i tatuaggi, i capelli biondi, gli occhi scuri, le cosce grosse, i baffi, i tacchi alti, il naso lungo e l’alluce valgo, la gonna corta, il camice da lavoro, il grembiule e il reggicalze, gli occhiali, un armadio con mille scarpe, una libreria con un trilione di libri, le tette finte, la vagina a lingotto, il tallone screpolato, le ascelle pelose e un sesso diverso, truccate, stanche, madri, nipoti e nonne, puttane, suore e sorelle, vergini o libertine, di giorno, di notte, sotto il sole dell'Africa o tra i cieli grigi del nord, al supermercato, nel letto, davanti ai figli, a casa, a scuola, per strada, nel giardino del cimitero, in piscina e altrove, mute, ubriache, ridanciane, cattive, sciocche, ignoranti, poetesse o ingegneri, nude tra i motori o sotto le stelle, straniere, atletiche, pigre, semplici o complesse, sole, felici, lesbiche, maggiorate, androgine, malate, persone.
Se è no, è NO.

martedì 27 gennaio 2015

La Croce. Di tutti. Di Vera Q.

La nuova opera di Vera Q è venuta alla luce, urlando. Io ho gridato di gioia e scritto la prefazione.


Benvenuta "LA CROCE". 


Di seguito introduzione, sinossi ed estratto dal primo capitolo.


Buona lettura.






Introduzione

di Manuela Paric'

Vera Q. racconta del barbone della porta accanto, del vicino allo sportello del bancomat e del parente che ci siamo dimenticati di andare a trovare dal 1902.
Parla di gente e di popoli.
Ricostruisce leggende gotiche liberando i protagonisti dall'infallibilità dei poteri sovrannaturali.
Storpia le parole e cuce nuovi significati.
Metafore, armi sibilline e sibilanti nelle mani di una donna disillusa.
Il disincanto e la vana, ma inevitabile, ricerca della redenzione sono i temi portanti del libro.
La via della salvezza, la strada verso la felicità e anche la fortuna vengono presentate come il motore immoto che guida l'individuo attraverso la tragedia.
L'autrice non risparmia nessuno, ogni specie condivide la medesima nefasta sorte. Le cose accadono, nascono, maturano e nascondono sempre crude sorprese.
Per Vera Q., l'esistenza è un batterio annidato tra i manicaretti più golosi, come la salmonella. I semplici desideri umani, i grandi obiettivi e i buoni o i cattivi propositi perdono d'autentica direzione, tramutati in inutili momenti di passaggio. Così come è per le consuetudini, le gerarchie sociali e il senso ultimo di noi stessi.
Tutti sogniamo una vita piena di avventura e amore e ricca di soddisfazioni e soldi. Sogniamo, certo, quando riusciamo a dormire. La maggior parte delle volte riposiamo le ossa, ossessionati dal Domani; vessati dai debiti, incancreniti dalle malattie, storditi dal nostro essere uomini e sedotti da sentimenti indomabili. Senza darci per vinti o fingendo di non farlo, perché solo quello abbiamo... solo quello. L'esistere, anche se privo di scopo, è il nostro destino. Una corsa verso l'oblio, una lucina lontana a fare da speranza: questo è la Croce. Di tutti. Per Vera Q.

Sinossi

Quando si segna l'ubicazione di un tesoro su una mappa si annota una X.
Ma se è il Destino ad assegnarla, il Cammino diventa l'Incognita.
Miruna è madre, consacrata alla prole.
Amelia è madre, consacrata alla prole.
E in qualche modo, entrambe sono dipendenti da una sostanza.
Una dal sangue, l'altra dall'eroina.
La prima, a capo di un clan di Notturne, vampire, predatrici della razza umana.
La seconda, dedita alla fuga dal suo mondo lisergico.

La croce racconta il tortuoso percorso di due creature ai margini e della loro caccia al bene più prezioso: la Vita.
Uno scritto morboso, violento. La ricerca di una virgola da mettere sulla propria esistenza, laddove, invece, c'è un definitivo ed inestirpabile punto.

La Croce

1. Notturnia

Prendi la tua Arroganza e intrecciala.
Fanne un robusto cappio.
Forte, vigoroso, tale da reggere la Presunzione che ti contraddistingue.
E impiccati nel Giardino dei Sentimenti, all'albero della Comprensione, arbusto che in te non è mai riuscito a mettere radici.
«Aglio?»
«Funziona» rispose Strigoia. La voce era tagliente. Un fastidioso ronzio affilatissimo.
La femmina asciutta dominava, imperturbabile, la spianata.
E la cocente brezza estiva imprigionava l'esile figura in un caldo amplesso stagnante. Quanto unilaterale.
Dragaica, frattanto, la fissava. E pendeva dalle sue labbra. E si beava di ogni indecifrabile pausa.
Adesso il crepuscolo lambiva i filari. Ripudiava gli ultimi sprazzi di luce, sconfessandoli. Le sagome grigie della pioppaia s’imponevano aspre, e l'odore della notte saliva maestoso dall'umida terra.
Così, Dragaica fece un balzo all'indietro. Una capriola lesta.
E corse al primo albero, arrampicandosi frenetica. Agile, una fanciulla acerba, primaverile.
Arti in movimento, tutto un fremito, per domare il tronco con un abbraccio sgraziato, potente e scomposto. Una sfida muscolare. Nervosa.
«Crocifisso?» domandò di getto alla sorella, con veemenza. Era piena d’anima, e l'intero cosmo era per lei da mungere.
«Ma per favore...»
«Paletto nel cuore? Acqua Santa?»
«Sì al primo, no alla seconda. E niente scampagnate diurne, l'abbronzatura è per la plebe» concluse Strigoia, stringata, stracarica di quel terzo grado petulante. E si voltò verso gli argini del canalone artificiale, vittima soprattutto della calura.
E dunque, si guardò attorno studiando una quercia. Sognante. Cupida di solitudine.
La piccola, la pupetta, era incontenibile. E la pazienza di Strigoia inesistente.
Si arrogò, pertanto, una piccola pausa dall'interrogatorio.
Difatti, aprì le ali e cercò il cielo.
«Se mi lasci sola lo dirò a nostra Madre» miagolò maligna Dragaica. E ondeggiava. Era in cima, in alto, altissimo. Sulla sommità del flessuoso pioppo. Sconfitto, suo.
Strigoia chiuse gli occhi, chiuse le ali e chiuse le braccia al petto.
«Che cosa diavolo vuoi adesso?» ruggì graffiante. Il visetto appuntito.
«Dimmi di loro.» Dragaica si lanciò nel vuoto, lieve, una piuma. Una corrente ascensionale incrociò quel suo planare, cullandola.
Il fossato rigurgitava energia briosa: la frenetica attività degli insetti colmava il silenzio del tramonto, e le rane, a pelo d'acqua, attendevano la preda immerse in uno specchio palustre, un succo verdognolo screziato da oblunghi aloni marroni. E quella tovaglia macchiata di sugo ribolliva.
Oltre, la sterile periferia della città di mare; oltre, la baia; oltre, l'infinito.
«Parlami degli uomini, un'altra volta» insisteva la piccola. Una raffica d'innocenza morbosa.
E Strigoia sorrise, arrendevole.
Respirava la Terra, figlia dei suoi anfratti bui.
Era un parto della Notte. Un'abitante della tenebra. E non desiderava essere altro.
Sicché salutò l'imbrunire, avvolta dall'oscurità. Come di consueto. Come le diceva il suo istinto.
«Caldi, sudati...» replicò vellutata, e l'acquolina l'assalì. Ardente, incontrollabile, matta.
E voleva bere, e voleva dissetarsi, e voleva riempirsi, e zavorrarsi fino a saturazione. E poi dilaniare, e poi strappare, e poi mordere. Ed affondare, tutta, nel rosso. [continua nell'ebook]

Ebook: compra La Croce
Tutti i libri di Vera Q.: qui