martedì 13 agosto 2019

ITALIA BOLLENTE, CERVELLO ASSENTE.



Il mio compagno Jason è nato alle Hawaii da madre cinese e padre giapponese. Ha vissuto in quell'isola a due passi da alberi giganti, spiaggia, mare, delfini, orche, squali... per 40 anni. Poi ha avuto la sfortuna di trovare me: ha agitato la ciabatta e salutato Honolulu, messo in valigia cappotto e pezzi della sua vita ed è atterrato a Malpensa in un freddo pomeriggio di novembre. Un trauma. Ora vive a due passi da pioppi arsi, fiume Po, temutissime zanzare padane, nebbia, inverni. Con l'arrivo dell'estate pensava che le sue giornate avrebbero cambiato direzione: vestiti leggeri, natura rigogliosa, granita e passeggiate lunghe. Illuso. Alle Hawaii è sempre estate, ma un'estate diversa dalla nostra: il caldo infernale è mitigato dalla brezza e i 40 gradi non si raggiungono praticamente mai. Ho scoperto che noi italiani siamo resistenti: abbiamo la pelle forte come il cuoio, le tempie cromate, i calcagni costruiti sui cingoli. A noi l'estate umida, bollente e bastarda ci fa incazzare, molto, moltissimo, ma la gestiamo. Ce la andiamo anche a cercare. L'hawaiano no, non ce la fa. A volte lo trovo sdraiato sul pavimento, immobile, fluido e lunghissimo come un gatto. C'è da dire che quando abbandona la sicurezza dell'amico condizionatore, Piacenza gli riserva delle succulente sorprese. Regali che fatica a dimenticare.

IERI

Io e Jason camminiamo in centro città, il sole è alto, giallo e cattivo. Lui suda, ovunque. Suda talmente tanto che ha i piedi bagnati, lisci come il marmo e non riesce a trattenerli nelle infradito. Gli scivola l'alluce, gli sfugge il tallone, bestemmia in americano e poi perde il mignolo e slitta e slitta ancora. Fuck and fuck. Per questo, come l'ultima delle crocerossine, gli stringo la mano più forte del solito e lo aiuto ad arrancare. È come portare a spasso un aquilone di carne e ossa, un uomo bidimensionale in balia della tormenta. Ridacchio e penso a quanto siamo buffi. Due amanti teneri e sciocchi: io che lo trattengo, lui che non fugge via.  Tutto romantico, certo, come no. La fregatura è dietro l'angolo, o meglio, a portata di panchina. Dopo tutto quello sdrucciolare e quel tira e molla, appoggiare le terga all'ombra ci dovrebbe restituire un minimo di dignità. Dopo circa 37 secondi di meritato riposo, un uomo pingue, arrotolato in una tenuta sportiva lucida e nera si siede accanto a noi. Schiocca la lingua, si asciuga la fronte con un polsino in spugna, giallissimo, uno di quelli che andavano di moda negli anni '80 e si allarga soddisfatto l'elastico dei pantaloni. Ha anche un berretto calato fino a metà fronte, un anello nero e i denti nuovi. Mi viene da chiamarlo Caronte.

- Io non mi permetto eh, ma mi perdoni eh, dovevate fare il contrario, sa? - dice.
- Come scusi? - rispondo, distratta.
- Il contrario. Dovevate fare il contrario! - insiste.
- Ahhh - fingo di capire e mi sposto un pochino. Quel tanto che basta da farlo notare.
Forse puzzo, è un misogino, le donne prosperose lo confondono. Mi controllo l'alito e l'ascella senza farmi notare. Nulla. Con una mossa rapida faccio un check anche delle mutande che, come mi ha insegnato nonna, non si sa mai. Perfette.
- è che sa, certo sa, lei sa, sono gli uomini che vanno con le cinesi. Che fanno quelle robe lì, quelle famiglie arcobaleno, colorate, miste. Non le nostre donne. È un peccato, sa? - Porta l'occhio sul seno, bramoso, - certo che sa, lei sa, così come siete... proprio non vi si può guardare.-
Mi fissa compiaciuto e ride e sorride e schiocca la lingua, di nuovo, come se fossimo compagni di merenda.
- Come scusi? - domando ancora una volta, incredula. 
Jason non comprende l'italiano, mi appoggia una mano sulla coscia e fa un gesto di assenso all'omuncolo maledetto. Un saluto cordiale, una tempistica sciagurata. Caronte sbava.
- Va bene quando nella coppia è la donna quella gialla, ma così, che bisogno c'è, non andiamo bene noi italiani? Fa un po' strano, sa? - si toglie il cappellino, non più di 40 capelli attraversano un cranio perfettamente sferico.
- Ma non mi permetto eh, io no! - continua - Io non sono come quelli che vi odiano a voi stranieri, io dalle cinesine ci vado, contribuisco, sono brave ragazze, sa? E a quelli davanti al supermercato qualche centesimo glielo lascio pure. Ma gli zingari no. Sia chiaro. A lavorare devono andare, mica a rubare a noi gente per bene!- 
Sputazza una rapida sequenza di altri luoghi comuni e slogan mortiferi, quindi si accarezza il testone per lucidare quattro peli fuori posto. 
Vanesio, ignorante, stronzo, e altri epiteti facili da affibbiare scorrono nella mia mente senza una direzione precisa e utile. Troppo semplice. Affilo dunque le armi della mia indignazione, cerco parole taglienti ma istruttive per controbattere a tanta dabbenaggine, assumo una postura dignitosissima e apro bocca.
- Mi ascolti bene... - non faccio in tempo a finire che un piccione obeso, una cicogna, mi batte sul tempo e gli getta una cagata da 200 grammi dritta dritta al centro della fronte. Ahhhh la Provvidenza! In un attimo un fluido colloso e bianchiccio gli cola sul naso e punta dritto dritto verso la bocca. Merda alla merda. L'essere si agita, mugugna, gesticolando mi chiede se ho un fazzolettino. 
Lo ho. 
Glielo mostro.
Riesco a dire - non per lei, sa? - mi inchino, offro il braccetto all'hawaiano e scivolo via.

Ho fatto come il piccione. Un po' me ne rammarico, un po' no. 

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Sì, è una storia vera. Purtroppo.

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